La FUNZIONALITÀ scientista sarebbe da preferire alla FINALITÀ ragionevole? Sì secondo l’economicismo cinico

il liberalismo spietato avrebbe compreso che sono le passioni che muovono la ragione, non viceversa; che i valori non si fondano né sulla Ragione, né sulla Scienza, ma sono scelte della coscienza individuale; che non può esserci una (sola) base razionale a tutte le convinzioni etiche e persino politiche né, tanto meno, una «razionalità collettiva».

[CzzC:  invece la dottrina sociale della chiesa cattolica confida in una ragione che accomuna gli umani fatti ad immagine e somiglianza di Dio: “en archè en o logos” e dunque confida nel buon rapporto finalità-funzionalità, fede-ragione, non innato, ma raggiungibile attraverso l’educazione, che recupera e promuove sinergia tra tali entità per il vero bene comune].

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 12/09/2018; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

Pagine correlate: obiettivi, liberismo, libertà dignità umana, diritti umani, causa-effetto, dissuasione-persuasione; dittatura dei diritti individuali

 

trassi da Pagina 40 del Corriere della Sera (4 settembre 2009)

ANTICIPAZIONI UNA RIVISITAZIONE DEL PENSIERO DEL GRANDE POLITOLOGO E LO SVILUPPO DEI SUOI TEMI ALLA LUCE DELLE ESIGENZE DEL PRESENTE

Berlin, la dittatura dei diritti

Sono sempre più numerosi: moltiplicano i doveri e così minacciano la libertà

Ciò che distingue il liberalismo dalle altre dottrine politiche è la metodologia della conoscenza. Quella liberale è empirica; quella delle altre dottrine è filosofica. La metodologia empirica si pone la domanda «come» stanno le cose. Quella filosofica, la domanda sul «perché» delle cose. La risposta alla domanda sul «come» è verificabile nella realtà; è un giudizio di fatto. La risposta alla domanda sul «perché» non è verificabile nella realtà; è un giudizio di valore.

Un esempio della prima è la frase di Adam Smith che non è dalla benevolenza del fornaio, del macellaio e del birraio che traiamo il nostro desinare, ma dal loro tornaconto. Dice «come» sono gli uomini. Per verificare che è vera è sufficiente constatare che nessuno dei tre regala la propria produzione. Il mercato è quella forma di giustizia «commutativa» attraverso la quale ci si scambiano beni con vantaggio dei contraenti. Chiedere al mercato di realizzare la giustizia «retributiva» - ubbidire a un principio etico: la giustizia sociale, l' eguaglianza e simili - e imporgli di farlo è un nonsenso logico e una violenza politica. È un nonsenso logico, perché la sua vera funzione non è quella di produrre valori; è violenza politica, perché mortifica una delle libertà liberali, quella economica.

Il teorico della metodologia filosofica della conoscenza attribuisce, invece, il comportamento del fornaio, del macellaio e del birraio al loro «egoismo» e auspica un mondo eticamente fondato sull' «altruismo» universale. È un «salto» logico inspiegabile se non con l' imposizione, in sede politica, di comportamenti morali estranei al contesto economico nel quale si manifestano. La descrizione (l' egoismo, come categoria della realtà) diventa prescrizione (l' altruismo, come categoria normativa).

[CzzC: è tristemente noto come in certi regimi teocratici l’etica diventi coercizione, non soltanto quelli della Sharia, perché anche in certi regimi del tipo sovietico, cubano, cinese, nord-coreano o massonico sono di fatto teocratici concependo il dio-stato come essenza dell’eticità: al di là delle defandezze di alcuni dittatori criminali, si può concedere loro, come alibi morale alle “imposizioni etiche“, la presunzione pessimista che solo coercitivamente si possa fondare uno stato virtuoso, perché l’uomo sarebbe nativamente tanto miope ed egoista dal realizzare spesso il male comune per il suo presunto bene personale, checché presuma Rousseau sul bambino buono. Ma la dottrina sociale della chiesa cattolica, checché ne dica Lutero per il quale la ragione era la puttana del diavolo, confida ottimisticamente nella ragione a partire da “en arché en logos” e dunque nel buon rapporto fede-ragione, non innato, ma raggiungibile attraverso l’educazione, che potenzia sinergia tra funzionalità e finalità; il che da farsi nel rispetto della libertà personale, come offerta (dono: la fede è un dono, invocabile con la preghiera) di cammino riconoscibile buono per tutti e da tutti, non di cammino forzato, e dunque accettando anche il rischio di abbandono non punibile, proprio per il rispetto della libertà della persona contemplato anche dall’Art 18 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo].

Il liberalismo ha storicamente incrociato lo Scientismo come «metodo» delle Scienze naturali applicato alle Scienze sociali. Ma se ne è discostato quando l' Illuminismo ha coniugato lo Scientismo - che espone a verifica empirica le proprie affermazioni - col Razionalismo, con la pretesa della pura Ragione che i comportamenti umani ubbidiscano alle stesse leggi delle Scienze naturali, siano la conseguenza logica del «nesso causale» cui ubbidiscono la fisica e la meccanica e, perciò, ugualmente prevedibili e sempre governabili. Il liberalismo ha compreso che sono le passioni che muovono la Ragione, non viceversa; che i valori non si fondano né sulla Ragione, né sulla Scienza, ma sono scelte della coscienza individuale; che non può esserci una (sola) base razionale a tutte le convinzioni etiche e persino politiche né, tanto meno, una «razionalità collettiva». Perciò, esso non indulge a astrazioni ideologiche collettive come «popolo», «classe», «razza» e simili, che sono la giustificazione della negazione delle libertà individuali in nome dell' affermazione di astrazioni «etiche», collettive, quali «l' utilità sociale», «il progresso civile» e simili.

Isaiah Berlin - nella sua ricerca delle radici del totalitarismo - denuncia le implicazioni politiche illiberali della LIBERTÀ POSITIVA che sacrifichi la realizzazione di sé associata alle passioni (la «falsa» identità) a quella definita dalla Ragione (l' «autentica» identità). Ma la libertà consiste nel fare ciò che si vuole, cioè anche nella possibilità di sbagliare, [CzzC: la libertà di sbagliare è riconosciuta anche dalla fede, ma senza rinunciare ad un concetto di verità di riferimento e dunque al concetto di peccato, redento dal perdono; tutt’altra cosa è sublimare l’etica del relativismo come in dizione evidenziata] quale che sia l' interpretazione, autentica o falsa, della realizzazione di sé che se ne dia.

C'è il rischio, inoltre, che qualcuno pretenda di sapere quale è la realizzazione «autentica» di sé e la imponga coercitivamente. [CzzC: certo che c’è questo rischio, vedi  Sharia, o certe leggi imposte dall’ideologia di genere che conculcano la libertà di coscienza e di educazione, ma sta alla dinamica della libertà-ragione nel contesto del pluralismo democratico parare questo rischio rispettando i valori condivisi per il bene comune; certo è che, purtroppo, se mancasse un nucleo centrale di valori condivisi per il bene comune, da mettere al riparo anche dal criterio di maggioranza (vedi Benedetto XVI a Berlino), si aprirebbe la strada all’imposizione castigante diritti fondamentali di libertà e dignità della persona umana]. È lo Stato etico, totalitario, ma anche la logica che, nelle democrazie contemporanee, giustifica la confisca - in nome dell' idea «autentica» di socialità - di risorse che i cittadini utilizzerebbero meglio, per sé e nella produzione privata di beni e servizi collettivi oggi prodotti dallo Stato con grande spreco. [CzzC: sta usando in maniera capziosa l’argomentazione degli sprechi nella P.A., che invero accadono a prescindere dalla impostazione dello stato su base più o meno positivistica, capitalistica o capicomunista: di fatto gli sprechi statali ci saranno sempre, come peraltro sempre ci saranno anche nelle aziende private; semmai conviene adottare il criterio di “più società e meno stato” (più sussidiarietà e meno centralismo), tendenzialmente riducente gli sprechi, perché il criterio dell’egoismo emulativo-competitivo tra soggetti privati in un mercato dei servizi pubblici favorisce il rapporto qualità/prezzo assai meglio del criterio egoistico-emulativo tra burocrati in regime di monopolio pubblico, i quali, per quanto ben intenzionati, maneggiano i soldi degli altri, con penali appianabili mediante socializzazione delle perdite, e, dunque, possono cedere alla irresponsabilità più facilmente di quanto cedano i manager che maneggiano risorse proprie in regime di concorrenza con penale di fallimento].

La superiorità della LIBERTÀ NEGATIVA, liberale, è che la libertà «da» è «la» libertà, indipendentemente da quale possa essere l' idea che ne hanno gli altri. [CzzC vedi nota1] Un' altra implicazione, politicamente e socialmente negativa della LIBERTÀ POSITIVA - che Berlin non aveva previsto, ma che è sotto i nostri occhi - è la trasformazione, da parte della politica, di desideri personali in diritti universali. Le controindicazioni, qui, sono tre.

- La prima è l' impropria identificazione dei desideri con diritti, che provoca una anomala «inflazione» di questi ultimi. [CzzC: qui concordo perché troppo spesso la politica cerca di catturare voti assecondando priorità che sono pubblicizzate come tali, ancorché siano inezie rispetto a ben maggiori priorità: ad esempio, un conto sono i diritti fondamentali della persona umana scempiati da violenza fisica cruente nell’indifferenza di potentati grondanti olio nero impastato con finanza cinica, altra priorità oggettiva configurano le pretese dei capricci dell’opzione di genere, conclamati come diritti fondamentali forse non a caso (per distogliere l’attenzione dalle responsabilità che il cinismo speculativo dei suddetti potentati ha nella induzione della crisi economica?)].

- La seconda è la «bulimia democraticista» di chi rivendica un numero sempre maggiore di diritti, sovraccaricando la politica di domande e di aspettative, e riducendosi alla condizione di mendicità psicologica e di dipendenza politica dal potere cui si chiede di soddisfarli [CzzC: vizio purtroppo diffuso in certe regioni]

- La terza controindicazione - anche questa non teorizzata da Berlin, ma che sta diventando, per via fiscale, la «malattia terminale» delle democrazie - è che a ogni diritto di qualcuno corrisponde un dovere di qualcun altro. La fiscalità - come redistribuzione della ricchezza, non come contropartita di beni e servizi che lo Stato fornisce - è una forma di violenza, di matrice moralistica e collettivistica, dello Stato nei confronti dell' Individuo. [CzzC: sei esagerato e sbagli se non metti un punto di equilibrio della tua argomentazione: infatti la dottrina sociale della Chiesa non sublima la fiscalità esagerata e condanna l’evasione fiscale: il problema denunciato da te sta negli eccessi dell’una e dell’altra non nella fiscalità con valenza anche redistributiva, che dovrebbe essere un valore anche per i non cristiani, non fosse altro che per favorire la pace sociale e per compensare le ruberie e le evasioni dei più ricchi che mediamente sono di entità superiore rispetto ai diritti di base mancanti ai meno potenti].

Il «pluralismo di valori» - la compresenza, in una «società aperta», di una pluralità di risposte, moralmente incommensurabili, fra loro conflittuali e politicamente non negoziabili, alle questioni etiche e politiche - assolve, infine, nel pensiero di Berlin, a due funzioni.

- La prima è descrittiva della realtà «effettuale»; che è sempre perfettibile, mai passibile di approdare alla perfezione.

- La seconda è esemplificativa del carattere realista, pluralista, umanista, gradualista, concretamente riformista del liberalismo.

La convinzione che la perfezione morale e politica sia realizzabile produce due conseguenze.

A) nega validità al riformismo, cadendo, filosoficamente, nell' utopia e, politicamente, nel massimalismo; che finiscono col trasformarsi in conservatorismo, se non in reazione, in nome, e nell' attesa, di un obiettivo, via via sempre più remoto, grandioso e mai empiricamente raggiungibile. È la parabola del bicchiere mezzo pieno - il riconoscimento (riformista, gradualista) che la globalizzazione ha sottratto dalla condizione di povertà milioni di cinesi, indiani, sudafricani, sudamericani - e del bicchiere mezzo vuoto, la condanna (massimalista, reazionaria) della globalizzazione perché non ha tolto dalla povertà altri milioni di uomini.

B) apre la strada al totalitarismo, nella convinzione che qualsiasi mezzo sia giustificabile per raggiungerla.

postellino@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA

Filosofo Isaiah Berlin, nato a Riga nel 1909, è morto a Oxford nel 1997, dove viveva ed era stato professore di Teoria sociale e politica nonché presidente della British Academy. Importante è stato il suo contributo alla teoria liberale, a partire dalla celebre lettura inaugurale del 1958, Due libertà, dove distingueva tra LIBERTÀ POSITIVA e LIBERTÀ NEGATIVA. Due concetti destinati ad alimentare a lungo il dibattito tra gli studiosi. Tra i suoi numerosi saggi si ricordano: La libertà e i suoi traditori, Il potere delle idee, Le radici del romanticismo, Il senso della realtà, Il legno storto dell' umanità, tutti editi da Adelphi.

Ostellino Piero

 

Nota1

[CzzC: che "bella" prospettiva per l'umanità sarebbe quella attuata integralmente da tale liberalismo! Per giustificarne il motore economico come "reale e naturale", sublima la «libertà da» (quella detta negativa) come vera ed unica libertà, tace sul totalitarismo della Cina e sulle vessazioni di altri potentati solleticanti più le passioni che la ragione, abusanti del diritto della forza più che reclamanti la forza del diritto anche dei più fragili, proprio mentre dice di temere i totalitarismi; teme che la realizzazione di sé associata alle passioni sia minacciata dall'altruismo moralista. Perché non si vuole palesare il differenziale semantico tra il suddetto liberismo e la libertà contemplata dalla Caritas in veritate? Si aborrisce di dover ammettere radici cristiane per gli aspetti più apprezzati della nostra civiltà, ivi inclusa la democrazia?.

- Mi sovvien di quel mio direttore di banca che in riunione funzionari sbottò «non crederete mica che la migliore finanza sia nata in ambiente cattolico come le Casse Rurali? E' nata in ambiente calvinista».

- Mi sovvien di quell'istruttore in un corso di formazione manageriale che teorizzava essere freno dello sviluppo l'interrogarsi con i «PERCHÉ?» invece che concentrarsi su «COME» funziona