IL CORAGGIO della VERITÀ-CERTEZZA anche in superamento dell'inflazione di metodologia positivista

e in sgamatura di ingannatori e di maestri di dubbio. Se oggi il concetto di verità è spesso guardato con sospetto, quello di certezza è ancor più impopolare anche perché nell'odierna filosofia della scienza domina un generalizzato rifiuto della nozione di verità, mentre da un lato vige uno scientismo pratico che dà per scontato che la scienza sia l’unica forma valida di conoscenza, dall'altro dobbiamo combattere per dimostrare che le foglie sono vedri d'estate: vedi no-vax e montante pseudoscienza.

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[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 11/09/2022; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

Pagine correlate: conoscenza, oggettività, dubbio verità, ideologia contro esperienza, relativismo

 

2019.04.04 <filosofiaescienza> da un post di Francesco Agnoli/2022.09 traggo un riassunto delle risposte date dal fisico Lucio Rossi.

Chi è veramente religioso si pone le domande di senso (ad es. qual è il nostro destino?); la fede è sì certezza, ma di quella mai paga, il che accade anche nella scienza, pur se fede e scienza hanno domini diversi: l'una si pone più il come, l'altra il perché.

Il Mistero è l’intuizione che c’è una realtà che ne implica un’altra, il che accade anche nella natura delle leggi fisiche; la via della conoscenza è inesauribile, e, se riconosciuta e accettata, conduce all’Infinito: in questo senso il Mistero è amico dell’intelligenza, la stimola, non va contro la ragione, ma la spinge ad intuire, ad ammettere un oltre come aveva ben chiaro un filosofo scienziato come Blaise Pascal [CzzC: qui un riassunto più esteso]

 

2013.12.16 Il coraggio della verità/certezza, Ideologia contro esperienza, ragionevole e razionale non sarebbero aggettivi identici; traggo da <ilSussidiario> Se oggi il concetto di verità è spesso guardato con sospetto, quello di certezza è ancor più impopolare. Nell'odierna filosofia della scienza domina un generalizzato rifiuto della nozione di verità, eppure vige uno scientismo pratico che dà per scontato che la scienza sia l’unica forma valida di conoscenza. Ma come può una conoscenza essere valida senza essere altresì vera? CONTINUA IN SEGUITO DEL SOMMARIO

 

↑1997.08.05 l'omelia di don Romano nella festa roveretana di Maria Ausiliatrice viene contestata aspramente da Mario Cossali per i riferimenti a Lepanto 1571 e a Vienna 1683. [CzzC: don Romano risponde con pacatezza, ma senza perdere il coraggio di sostenere l'evidenza storica: rilessi negli anni 201x mentre infieriva la persecuzione azionata contro i cristiani dai tagliagole jihadisti, e pensai che forse anche Cossali avrebbe di che ricredersi di quella contestazione, a meno che non resti arroccato nei pregiudizi rennerian-campanini]

 

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   Se al giorno d'oggi il concetto di verità è spesso guardato con sospetto, quello di certezza è. se possibile, ancor più impopolare, al punto che perfino quelli che ancora difendono il primo preferiscono in genere fare a meno del secondo. In realtà però i due concetti, per quanto distinti, non possono essere del tutto separati, giacché una completa rinuncia a quello di certezza porta inevitabilmente allo svuotamento di quello di verità. Inoltre, di fatto, vi sono moltissime cose che noi consideriamo certe, sia nella scienza che nella nostra vita quotidiana. Da dove nasce allora questa irragionevole diffidenza verso la certezza? Non dalla scienza, ma dalla filosofia della scienza dell'ultimo secolo, basata su una non meno irragionevole riduzione della ragione alla logica.

   È indubbio che nell'odierna filosofia della scienza domini un generalizzato rifiuto della nozione di verità. Ciò risulta in genere sorprendente per i non addetti ai lavori, giacché, a fronte del successo non solo evidente, ma addirittura clamoroso della scienza e delle sue realizzazioni tecnologiche, che ne rappresentano per cosi dire l’incarnazione pratica, riesce difficile capire come si possa pensare seriamente che le teorie scientifiche che hanno consentito tale successo potrebbero nondimeno essere false.

   Ciò è ancor più sorprendente se si considera che per altro lato tale atteggiamento scettico coesiste con un altrettanto generalizzato atteggiamento che potremmo chiamare di scientismo pratico, per cui si afferma (e spesso neanche si afferma, ma piuttosto si dà semplicemente per scontato) che la scienza sia l’unica forma valida di conoscenza. Ma come può una conoscenza essere valida senza essere altresì vera? Una tale manifesta contraddizione è in effetti davvero paradossale e può essere capita solo conoscendo la complessa vicenda storica dell'epistemologia contemporanea, da cui esso è derivata. Ma per quanto complessa, a volte al limite dell'incomprensibile, se vista in dettaglio, tale vicenda è tuttavia abbastanza semplice se la consideriamo dal punto di vista delle sue linee di fondo.

Dallo scientismo allo scetticismo

   Tutto ebbe inizio con il celeberrimo Circolo di Vienna, sorto nel 1922 attorno a Moritz Schlick e da cui nacque il movimento del neopositivismo o positivismo logico, così chiamato perché combinava le classiche tesi del positivismo ottocentesco di Auguste Comte (1798-1857) con il massiccio uso della logica matematica, allora sulla cresta dell’onda, dato che tra il 1910 e il 1913, a coronamento del rapidissimo sviluppo che aveva conosciuto negli ultimi decenni, erano appena stati pubblicati i tre volumi della monumentale opera di Bertrand Russell (1872-1970) e Alfred North Whetehead (1861-1947), i Principia mathematica, considerati ancor oggi la base della moderna logica formale.

   Tale uso (che, come subito vedremo, era in realtà un abuso) della logica da parte dei neopositivisti aveva portato al paradossale risultato che la nozione di verità (senza la quale la logica non può neppure venir concepita) risultava fondata molto più saldamente che quella di realismo, che in effetti per molti esponenti del movimento risultava assai problematica. Tale fatto, indubbiamente assai strano (come può una teoria essere vera e ciononostante non corrispondere alla realtà?), si spiega (benché non si giustifichi) con la particolare accezione in cui essi intendevano la natura delle proposizioni teoriche, che a loro dire non erano nient’altro che un «modo abbreviato» per indicare la somma di un gran numero di proposizioni semplici, corrispondenti a fatti empirici anch'essi suppostamente semplici, cioè non ulteriormente scomponibili in parti (e perciò detti «atomici»).

   Così, per esempio, la proposizione teorica P affermante che in determinate condizioni gli atomi emettono spontaneamente dei fotoni significherebbe soltanto che nel caso 1 della materia posta nella situazione S1 ha prodotto un certo effetto osservabile e1,  nel caso 2 della materia posta nella situazione S2 ha prodotto un altro effetto e2, nel caso 3 della materia posta nella situazione S3 ha prodotto un certo tipo di effetto e3, e così via fino a en (dove e1, e2, e3, ..., en sono tutte affermazioni logicamente deducibili da P e relative a fatti semplici controllabili empiricamente). Di conseguenza, P sarebbe logicamente equivalente a e1 + e2 + e3, ... + en, in cui si risolverebbe completamente, senza perciò che la sua verità implichi necessariamente la realtà di oggetti come atomi, fotoni, eccetera.

[CzzC: forse anche se ho fatto fisica ed ho frequentato qualche lezione di filosofia della scienza di Ludovico Geymonat, non sono all’altezza per giudicare ingenua una tale posizione, però, magari sbagliando, mi permetto di ricordare la teoria dei gruppi e dei tipi logici (metodi matematici della fisica Uni_MI 1974) che rilessi in Change di Watzlawick dove a pag 23 si richiama proprio Whitehead a dire di non confondere metodo con metodologia, somma di individui con genere umano (che non è un individuo), il comportamento della popolazione di una grande città con il comportamento di un abitante moltiplicato per quattro milioni. L’equivalenza di P con la sommatoria ∑ei mi appare sempliciotta].

Una tale posizione era così palesemente semplicistica e, per dirla tutta, così clamorosamente in contraddizione con la scienza reale (che non a caso i neopositivisti non consideravano rilevante, preferendo studiare, anziché i metodi che avevano realmente condotto alle scoperte, delle «ricostruzioni razionali» da loro stessi create a tavolino di come gli scienziati «avrebbero dovuto» procedere se fossero stati «davvero» logici) che non poteva reggere a lungo. [CzzC: questa pretesa chiamerei delirio di onnipotenza ideologico-razionalista che irride la ragionevolezza dell’esperienza; analoghe contaminazioni ravviso quando una certa magistratura accusa i geologi di non aver previsto il terremoto de L’Aquila o decreta invalide elezioni politiche dopo ¾ del loro mandato di compimento].

[CzzC: rilassati con questi test di intelligenza]