La MORALITÀ degli atti umani, intenzione, coscienza e RESPONSABILITÀ

03/12/2013 trovo aiuto al discernimento leggendo questa pagina da opusdei.org su moralità degli atti umani, l’oggetto morale, l’intenzione (volontarietà diretta e indiretta), le circostanze, la responsabilità (in negativo e in positivo/merito). Ma trovo che alcune definizioni non siano sufficientemente normalizzate e mi lasciano aperti dei punti di domanda: preferirei la formulazione rosminiana di moralità, coscienza, responsabilità.

1. La moralità degli atti umani

«Gli atti umani, cioè gli atti liberamente scelti in base ad un giudizio di coscienza, sono moralmente qualificabili. Essi sono buoni o cattivi» ( Catechismo , 1749). «L’agire è moralmente buono quando le scelte della libertà sono conformi al vero bene dell’uomo ed esprimono così l’ordinazione volontaria della persona verso il suo fine ultimo, cioè Dio stesso». «La moralità degli atti umani dipende:

- dall’oggetto;

- dal fine che ci si prefigge o dall’intenzione;

- dalle circostanze dell’azione.

...

2. L’oggetto morale

... L’oggetto morale «è il fine prossimo di una scelta deliberata, che determina l’atto del volere della persona che agisce» [CzzC: mi pare che questo concetto si potrebbe esprimere in forma più chiara e con semantica più normalizzata]. Il valore morale degli atti umani (che siano buoni o cattivi) dipende anzitutto dalla conformità dell’oggetto o dell’atto voluto con il bene della persona, in base al giudizio della retta ragione [CzzC: e qui allarghiamo ulteriormente: cos’è la retta ragione?]. Solo se l’atto umano è buono per il suo oggetto è “ordinabile” al fine ultimo. [CzzC: cos’è il fine ultimo? Sono questi concetti aperti che mi fanno definire non sufficientemente normalizzata la semantica di questo argomentare]

Alcuni atti sono intrinsecamente cattivi perché lo sono «sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze». Il proporzionalismo e il consequenzialismo sono teorie erronee sulla nozione e la formazione dell’oggetto morale di una azione, secondo le quali esso si dovrebbe stabilire in base alla “proporzione” tra i beni e i mali che si perseguono, o alle “conseguenze” che ne possono derivare. [CzzC: anche qui il concetto mi parrebbe di formulazione migliorabile: se l’oggetto morale è definito un fine prossimo (è il fine prossimo di una scelta deliberata), vedrei arduo separare dal concetto di fine il proporzionalismo e il consequenzialismo: mi sovvien, purtroppo, del fine che giustifica i mezzi; o sbaglio?]

3. L’intenzione

Nell’agire umano «il fine è il termine primo dell’intenzione e designa lo scopo perseguito nell’azione. L’intenzione è un movimento della volontà verso il fine; riguarda il termine dell’agire» ( Catechismo , 1752) ... «Un’intenzione buona non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto. Il fine non giustifica i mezzi» ( Catechismo , 1753) [10] . «Al contrario, la presenza di un’intenzione cattiva (quale la vanagloria), rende cattivo un atto che, in sé, può essere buono (come l’elemosina; cfr. Mt 6, 2-4)» (Catechismo, 1753). [CzzC: qui è chiaro, ma di difficile conciliazione col dire errore il consequenzialismo nel punto precedente]

4. Le circostanze

Le circostanze «sono gli elementi secondari di un atto morale. Concorrono ad aggravare oppure a ridurre la bontà o la malizia morale degli atti umani (per esempio, l’ammontare di una rapina). Esse possono anche attenuare o aumentare la responsabilità di chi agisce (agire, per esempio, per paura della morte)» ( Catechismo , 1754). Le circostanze «non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva» ( ibidem ). [CzzC  a mio avviso le circostanze sono elementi fondamentali non secondari per giudicare la moralità di un atto e, se non possono invertire il bene con il male, possono ampiamente sfumarne il confine: pensa al concetto di male minore]. «L’atto moralmente buono suppone, ad un tempo, la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze» ( Catechismo , 1755) [CzzC: a voler tutto formalmente ineccepibile si finisce per definire un iperuranio anziché il mondo reale incontrato da Cristo e da lui continuamente abbracciato]

5. Le azioni indirettamente volontarie

«Un’azione può essere indirettamente volontaria quando è conseguenza di una negligenza riguardo a ciò che si sarebbe dovuto conoscere o fare» ( Catechismo , 1736) [12] ... Nella vita morale questo ha una certa importanza, perché alcune volte una azione ha due effetti, uno buono e un altro cattivo, e tuttavia può essere lecito compierla per ottenere l’effetto buono (voluto direttamente), anche se non è possibile evitare quello cattivo (che, pertanto, è voluto solo indirettamente). [CzzC: si intende il male minore?]

6. La responsabilità

«La libertà rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» ( Catechismo , 1734). L’esercizio della libertà [CzzC: in un soggetto sano maturo] comporta sempre una responsabilità nei confronti di Dio: in ogni atto libero in qualche modo accettiamo o rifiutiamo la volontà di Dio [CzzC: quel sempre mi par esagerato ad esempio verso chi sente e crede con tutta la sua testa e cuore che Dio non esista; eppure a mio avviso, la salvezza c’è anche per lui, soprattutto se fosse proattivo per il bene comune magari meglio di certi credenti].

«L’ imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» ( Catechismo , 1735). [CzzC: ovvio]

7. Il merito

... L’uomo, in senso giuridico, non ha merito nei confronti di Dio per le sue buone opere (cfr. Catechismo , 2007). Tuttavia, «l’adozione filiale, rendendoci partecipi per grazia della natura divina, può conferirci, in conseguenza della giustizia gratuita di Dio, un vero merito . È questo un diritto derivante dalla grazia, il pieno diritto dell’amore, che ci fa “coeredi” di Cristo e degni di conseguire “l’eredità promessa della vita eterna”» (Catechismo, 2009). «Il merito dell’uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l’uomo all’opera della sua grazia » (Catechismo, 2008) [CzzC: anche non cristiani, a mio avviso, nel contesto suddetto]

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 20/06/2020; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

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