ultima modifica il 06/05/2020

 

libro ANTICRISTIANESIMO E LIBERTÀ (Il Mulino) <copertina.ibs>

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Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

Trassi da pag 25 di Avvenire 08/09/2012

La «Dissertazione» sulla morte di Alberto Radicati nel 1732 sollevò in Inghilterra un gran vespaio: un saggio ne mette in luce la deriva anticristiana e l’idea della totale autodeterminazione dell’uomo

 

L’illuminismo radicale alla prova del suicidio

 

DI ANDREA GALLI

 

Quando nel 1732 apparve a Londra la Dissertazione filosofica sulla morte del conte Alberto Radicati di Passerano (1698-1737), il consigliere giuridico della Corona lo bollò come «uno dei libri più empi e immorali» in circolazione. Autore, editore e traduttore finirono in carcere. La stampa caricò a pallettoni e il “London Journal” parlò di un’opera da «selvaggi contro natura». Una reazione non di poco conto se si considera che l’Inghilterra era il rifugio prediletto di liberi pensatori e piromani dello status quo, un Paese avvezzo a idee anticonformiste.

 

Ma il nobile sabaudo riuscì lo stesso a turbare i sonni britannici.

 

Radicati, spirito intransigente e votato all’utopia, era cresciuto a contatto con la corte dei Savoia e con la sua parte nutrita di sentimenti anticlericali. Dopo aver atteso invano che re Vittorio Amedeo II si volgesse ai principi della Riforma, era finito in disgrazia per un suo scritto, I discorsi morali, storici e politici. Era quindi fuggito oltre Manica, ossessionato dalla nequizia del poter papale e in seguito dalla religione in sé, vista come un’epocale impostura. Passato gradatamente a un panteismo materialista influenzato dal pensiero di Spinoza, nel suo pamphlet più estremo cercò di trarre le conseguenze etiche dalla scoperta dell’inesistenza di Dio, rivendicando per l’uomo il diritto alla totale autodeterminazione, compresa la libertà di scegliere la propria morte. Quella libertà che anche atei e libertini troppo spesso temevano di affrontare, rimanendo prigionieri del tabù inculcato dalla religione: la vita come dono di Dio e il togliersi la vita come l’atto più oltraggiosi verso il Creatore.

 

A ricordare questa figura minore e tragica è Silvia Berti, docente di Storia alla Sapienza di Roma, nel suo volume Anticristianesimo e Libertà (Il Mulino), una raccolta interessante di saggi su quella che la storiografia ha definito “illuminismo radicale”, la letteratura a cavallo tra eterodossia, anticristianesimo ed ateismo, fiorita tra la fine del XVII e la prima parte del XVIII secolo, che preparò l’illuminismo vero e proprio e ne costituì l’anima incandescente.

 

Il tema del suicidio non era nuovo in quel passaggio di secolo. Berti ricorda come già tra il 1640 e il 1660 il numero dei suicidi in Inghilterra era salito bruscamente con il sorgere del puritanesimo. Questo per il venir meno della presa istituzionale della Chiesa sulla vita dei fedeli, secondo la studiosa, e per il peso psicologico della predestinazione predicata con calvinistico rigore. Ma tentativi di legittimare il suicidio furono fatti anche dal poeta John Donne, con il suo trattato del 1644, Biothanatos, e dal critico letterario Charles Gildon, in una prefazione del 1695 agli scritti di un pensatore deista, Charles Blount, uccisosi per un amore non ricambiato. Fino a Montesquieu, che nelle sue Lettere Persiane del 1721 criticò le «leggi furiose» vigenti in Europa sul suicidio. La libertà di decidere della propria morte, oltre che della propria vita, si affacciava quindi nel dibattito culturale di pari passo con l’affermarsi della libertà illuministicamente intesa, l’uscita dallo stato di minorità dell’uomo timorato di Dio.

 

Radicati scandalizzò allora per la schiettezza e la forza suggestiva con cui pose il problema, tanto che un rilegatore di libri, Richard Smith, che nel 1732 si impiccò assieme alla moglie dopo aver sparato alla figlioletta di due anni, lasciò una lettera d’addio che riecheggiava la Dissertazione filosofica sulla morte,fresca di stampa. Ma tutto si può dire tranne che il conte visionario, a suo modo, non avesse colto nel segno: l’Inghilterra che lo costrinse a cercare un nuovo riparo in Olanda, e che oggi è tentata dal legalizzare il suicidio assistito, se fosse ancora vivo probabilmente lo eleggerebbe a bioeticista di rango.

 

Silvia Berti

 

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↑2018.01.09 estraggo da <liberoq, imolaoggi> intervista a Mons.Luigi Negri/Ferrara: la Chiesa sta rischiando di arrendersi alla forza dilagante dell’ anticristianesimo, cedendo alla mentalità dominante che strumentalizza anche Fr1 e snerva la sua denuncia iniziale. Il cattolicesimo ha la sua radice nell’eucarestia e la sua espressione in una comunità sociale nuova; oggi molti laici elogiano l’ autorità della Chiesa e dei suoi vertici, ma poi li trattano come prodotti di magic shop e ne utilizzano il pensiero secondo le proprie convenienze. Fr1 ci fa superare la paura del diverso e considerare l'apertura come dimensione necessaria della vita cristiana, ma compete alle istituzioni impedire l'esilio della civiltà cristiana in casa propria. L’islam più che una fede è una legge, uno status, sintetizzato dal termine sharia e tende ad abbattere i valori della civiltà occidentale, in primis la distinzione tra politica e religione; c’è poi l’ aggravio dell’ assenza di una interpretazione univoca dei testi religiosi. Diceva il cardinale Caffarra che la verità è diventata un’ opinione, la giustizia è diventata giustizialismo e il bene è diventato benessere.