SCISSIONE TRA SAPERE E CREDERE? La fede è esperienza di una conoscenza

Heisenberg: «Le scienze naturali sono in un certo senso il modo con cui andiamo incontro al lato oggettivo della realtà. La fede religiosa, viceversa, è l’espressione di una decisione soggettiva, con la quale stabiliamo quali debbano essere i nostri valori di riferimento nella vita». Heisenberg subito aggiunge: «Devo ammettere che non mi trovo a mio agio con questa separazione, dubito che alla lunga delle comunità umane possano convivere con questa netta scissione tra sapere e credere».

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 12/11/2018; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

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↑2009.11.27 <cl> La fede, esperienza di una conoscenza: Qualche giorno fa Marco Bersanelli è intervenuto alla Giornata di inizio anno di Madrid. Toccando il tema della «divisione tra sapere e credere», che Nacho ha accennato. È interessante che questa formula viene fuori da un dialogo tra alcuni dei più grandi scienziati del secolo scorso, un dialogo tra Heisenberg, Planck, Einstein e Pauli, sintetizzato in sommario.

Si pensa che il sapere (e perciò la conoscenza) riguardi ciò che noi possiamo conoscere con il metodo scientifico: quello che conosciamo è affidabile nella misura in cui il metodo con cui lo conosciamo si avvicina a tale metodo. La fede è invece, il regno, appunto, dei valori, di quello che il soggetto decide essere importante per sé in base a qualche sua opinione o sensibilità. Questa divisione non è solo una questione filosofica, riguarda il modo che noi abbiamo di trattare quello che abbiamo di più caro nella vita, cioè il modo in cui noi concepiamo e giudichiamo i rapporti ai quali siamo più legati: le persone a cui vogliamo bene, il lavoro, ciò che succede nel mondo, il giudizio su ciò che accade nella nostra vita. ...

. Non c’è un automatismo fra dati e conoscenza. [CzzC: direi che non c’è identità, ma collegamento sì, almeno semi-automatico nel senso che senza dati/esperienza non c’è conoscenza, anche se la conoscenza ha una dimensione superiore al dato] La conoscenza scientifica implica un soggetto umano che prende coscienza di un dato che ha davanti. Ci vuole un io che giudica. Anche quando un risultato è stato ottenuto, io devo crederlo. ...

Quello che volevo dire quindi come prima cosa è che la conoscenza, anche la conoscenza scientifica, è un atto dell’io, è un atto della persona, è un incontro tra un soggetto e l’oggetto. Questo è vero per la conoscenza scientifica, ed è vero a maggior ragione, o è vero allo stesso modo, per ogni conoscenza umana.

 

↑2009.08.24 Traggo dall’intervento di Carmine Di Martino al Meeting Rimini <youtube>: c’è troppa distanza da ciò che oggi riteniamo un «conoscere» fondato. Anche nostro malgrado, siamo determinati da un modello di conoscenza che si è plasmato a partire da Galileo e da Descartes, per essere perfezionato da Kant. Esso ha condotto al dominio incontrastato di un dogmatismo scientista che, dando ormai per assodata la «limitazione» kantiana e l’opposizione tra sapere e credere che ne consegue, considera tutto ciò che non è traducibile in termini matematico-quantitativi e sottoponibile al protocollo dell’esperimento né conoscibile né quindi in definitiva reale, da confinare senz’altro nel campo del meramente soggettivo, dove vigono l’opinione, il sentimento, la fiducia, il credito, la fede, ecc. [CzzC: non confondiamo metodi di conoscenza e domini di osservazione/azione]