La psicologa Oliverio Ferraris: «Attenti alle manipolazioni culturali da social network»

i rischi dell’overdose da Facebook e tv sono molto più seri di quanto pensiamo; surf multimediale abitua la mente a stare in superficie, a non approfondire nulla nelle relazioni interpersonali come nelle idee.

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Tratto da Avvenire 18/12/2009 pag 7

la psicologa Oliverio Ferraris: «Attenti alle manipolazioni culturali»
 DA MILANO
 Attenti alle manipolazioni della mente da social network. Per la psicologa torinese Anna Oliverio Ferraris, che a gennaio pubblicherà un libro sull’argomento, i rischi dell’overdose da Facebook e tv sono molto più seri di quanto pensiamo.
 Allarme, dunque?

 Non ancora, perché le percentuali segnalate dalla ricerca di chi utilizza troppo il computer e la tv sono ancora basse. Tuttavia è innegabile che dalla propria postazione in cameretta i giovanissimi di oggi possano andare in tutto il mondo in un attimo mentre accendono la tivù e ascoltano la musica. E questo esercita un fascino enorme a quell’età perché soddisfa il desiderio di onnipotenza e di libertà. Tuttavia questo surf multimediale abitua la mente a stare in superficie, a non approfondire nulla nelle relazioni interpersonali come nelle idee.
 E che spesso comporta dei grossi rischi..

 È innegabile, oggi internet è uno strumento dove si può trasgredire con maggiore facilità. Nei più giovani cercare amici è naturale. Qualche anno fa si scendeva in strada, oggi si sta sempre più in rete e si cercano amicizie su Facebook. E questo può essere rischioso perché il web attira anche i pedofili. Per quanto riguarda la sessualità, poi, la pornografia, anche quella pedofila è oggi alla portata di tutti. I giovanissimi non vanno perciò lasciati soli nei social network perché, oltre ai brutti incontri, rischiamo di far acquisire loro una visione violenta del sesso, privata delle componenti di amore e dolcezza e degradante per la donna.
 Condivide l’allarme razzismo e bullismo tra chi naviga troppo lanciato dalla ricerca?

 Si, sui social network circolano opinioni semplificate della realtà e slogan anche violenti contro i diversi che tradizionalmente sono prediletti dagli adolescenti. In questo caso chi cerca un’identità e non vuole distinguersi dalla maggioranza, tenderà ad adeguarsi e a tollerare tutto. Anche qui, i rischi di manipolazione della mente sono elevati.
 E la famiglia?

 Purtroppo è in difficoltà. Non tutti hanno le competenze e i mezzi per capire cosa accade sui social network. Per quanto riguarda la tv, i genitori sono a loro volta figli di un modello scadente di televisione commerciale che non si pone finalità educative. Non sempre riescono loro stessi a distinguere tra programmi buoni e scadenti e perciò non sanno educare i figli alla visione critica del piccolo schermo. Oggi, tra l’altro, si legge meno di dieci anni fa, a cominciare dai bambini si sta perdendo l’abitudine ad approfondire. Occorre ripartire da qui, dall’abitudine alla lettura, dal dialogo e dal ragionamento che spiega la complessità, dal rapporto personale. Allora internet e la tv vengono usati in modo responsabile e tornano ad essere strumenti di comunicazione.
 (P. Lam.)

L’educatore  Bertelle: «Spieghiamo loro il significato della fatica»
 DA MILANO
 Lo chiamano speleologo dell’anima. Lui, Aldo Bertelle, direttore ed educatore della cooperativa Arcobaleno, preferisce definirsi contadino, nel senso di seminatore, come deve esserlo ogni formatore. Dalle sue montagne di Feltre passano centinaia di persone, bambini, ragazzi, educatori, oratori per incontrarlo nella sua comunità educante per ragazzi a rischio.
 I dati della ricerca non la sorprendono?

 No, mi pare che descriva bene il panorama di questa nuova generazione che ormai preferisce il rapporto virtuale a quello personale. Dal mio osservatorio, in comunità, incontro anche quelli con due o tre anni in più e i bambini dai nove anni in su. E mi pare che anche loro siano così, ormai il mutamento portato dalla tecnologia è irreversibile, fa parte del loro vissuto quotidiano e gli educatori, la scuola, la famiglia e la parrocchia devono attrezzarsi.
 Troppa Internet e tv fanno male, detto così sembra
banale..
 Proibire non serve a nulla, lo sappiamo. Anche se poi con l’uso eccessivo crescono i comportamenti a rischio. Se mi chiede cosa fare, dico tornare in strada. Nel senso che vanno riscoperte le relazioni personali, soprattutto in famiglia. Bisogna che gli educatori usino le orecchie e gli occhi.
 In che senso?

  Non bisogna rinunciare a vigilare e ad ascoltare, bisogna dare regole di comportamento ed essere presenti. Lo dice anche l’indagine, cala l’autorevolezza. I genitori spesso concedono tutto o scendono a compromessi anche sulla navigazione in internet nella speranza di controllare i figli e conservare buoni rapporti. Ma non è quello che i giovani vogliono dagli adulti. Meglio tornare a insegnare ai ragazzi valori quali la responsabilità personale e il sacrificio. La costanza per raggiungere un obiettivo, ad esempio, quanti la insegnano ancora ai bambini? Eppure la gioia autentica si prova raggiungendo un obiettivo con la fatica. La tv e il web non ti fanno vedere la vita com’è, nel mondo virtuale è tutto facile. I rapporti umani non sono autentici, non ci sono gli sguardi, i contatti.
 Ma cosa chiede la generazione di Facebook?

 I giovanissimi esprimono sempre domande alte e cercano autenticità. A quelli che incontro chiedo sempre chi sono e nessuno sa rispondermi, non gli raccontano più la propria storia. Ma se non sai chi sei, come puoi sapere dove andrai? Su Facebook non ti spiegano queste cose.
 Spegnere Internet o la tv, allora?

 No, perché sono strumenti utilissimi che non serve demonizzare, ma neppure ci va costruita attorno la quotidianità famigliare. Almeno la metà di quelli che vedo ricordano solo che mamma e papà gli ha chiesto come stanno. Tutto qui. La terra si ribella quando viene arata dal contadino, ma per seminarla occorre faticare. (P. Lam.)