modificato 15/10/2016

 

Accademia degli accesi

Correlati: cultura dominante; Leitmotiv del dissenso al Magistero petrino

Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

Il Comune di Trento la referenzia così: «L'Accademia ha 110 soci che hanno mantenuto la volontà dei loro fondatori di "illuminare" i propri concittadini. Gli incontri hanno rilevante importanza culturale e scientifica e affrontano tematiche contemporanee. Direttore Isidoro Brugnolli». Brugnolli è dirigente formaz profess UniTN; dell’Accademia degli Accesi è membro anche Alberto Folgheraiter studioso di voti timorosamente formulati per placare l’ira di Dio con promesse di sacrifici, cui pongo una DOMANDA: oggi, caro Alberto Folgheraiter (che ti udii alla vigilia del voto a Maria Ausiliatrice di Rovereto 5 Agosto sbeffeggiare gli antichi voti formulati per placare l’ira di Dio con promesse di sacrifici, anche perché, come disse un prelato vostro sostenitore, Dio non poteva far arrostire dai francesi i paesi della destra Adige per far risparmiare quelli della sinistra con Rovereto orante di essere risparmiata) ti chiederei se agli accesi che si occupassero di temi a carattere eminentemente religioso, piacesse dissentire dal Magistero petrino, perché improntati alla maniera arcadica, ad iniziare dalle “Muse in danza muratoria]

 

 

[CzzC: trassi da http://www.esterbib.it/vediautore.php?ID=12&NM=263.

Accademia degli Accesi  1629 gennaio - 1737

Altre forme del nome:

POI: Accademia trentina (1761-1764); Accademia del Buonconsiglio (1960-1986); Accademia degli Accesi, 1986

L’Accademia degli Accesi venne eretta in Trento nel 1629 come testimonia l’orazione inaugurale letta dal consigliere Giovanni Battista Scienza e contenuta nel primo saggio poetico degli accademici dal titolo: “Accademia de gli Accesi aperta in Trento sotto i felicissimi auspicij dell'illustriss. & reuerendiss. monsignor Carlo Madruzzo coadiutore, vescouo e prencipe di detta città.” Sul frontespizio segue quindi il titolo, l’impresa dell’accademia, un cielo stellato con le costellazioni dell’ariete e dello scorpione ed il motto: “FIT AEMULA MOTU”, chiaro invito all’azione rischiarata dalla luce del sapere. All’orazione inaugurale fa seguito una raccolta di componimenti degli accademici, sonetti e canzoni per lo più, in pieno stile barocco, con temi convenzionali e linguaggio ampolloso, tra i quali spicca per ricorrenza l’encomio al principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo. Infine troviamo una serie di “acclamationes” in latino, di metro vario e autori stranieri. Facevano parte dell’Accademia, presieduta dal nobile Giulio Alessandrini di Neustain, aristocratici ed ecclesiastici, dottori in legge e studiosi, il cui orizzonte culturale, delimitato dall’insegnamento dei Gesuiti, non eccedeva i rigidi dettami controriformistici, [CzzC: allora, ma dopo la rivoluzione francese e le sbandate anche anti Rosmini, i Gesuiti hanno cominciato a cibarsi della parte positiva dei lumi fino ad ingoiare buona parte di quella relativista] determinando inevitabilmente il carattere della produzione letteraria. E’ del 1630 la seconda raccolta dal titolo “Affetti Riverenti” in occasione della presa di possesso della diocesi di Carlo Emanuele Madruzzo. Sul frontespizio l’arme degli Accesi, i cieli danteschi con ai lati cornocupie traboccanti di frutti e fronde d’olivo, sovrastati dallo stemma madruzziano, con il nuovo motto: “MOTU VIVIFICANT – IL MOVENTE”. Bernardino Bomporto nell’orazione inaugurale chiarisce il significato del nuovo emblema paragonando Carlo Emanuele Madruzzo al Decimo Cielo, “colui che tutto muove”, il movente appunto [CzzC: ti ricorda nulla il motore dell’universo? E l’Etica che sarebbe tensione verso l’Essere, il Grande Architetto dell’Universo?], ponendo quindi l’Accademia sotto i benefici influssi e la protezione del principe vescovo. Sul verso del frontespizio compare comunque il primo emblema degli Accesi, quasi a voler rimarcare, nonostante le novità introdotte, una certa continuità di intenti. Seguono quindi carmi encomiastici degli accademici, tra i quali emergono Spirito Tirsio (il Notturno) per le complicatezze formali ed il pisano Arcangiolo Agosti (l’Avvampato) con “L’Adige Giulivo”, un idillio di 318 versi. Molti sono i componimenti di autori stranieri a dimostrazione di come l’Accademia fosse diventata un centro d’attrazione, forse per il prestigio dello stesso protettore, appartenente alla famiglia dei Madruzzo. Ogni più fausto auspicio fu però troncato sul nascere dalla diffusione della peste nel territorio trentino. Dovremmo attendere il 1648 per rivedere l’Accademia in attività in occasione dell’arrivo a Trento di Ferdinando IV, re d’Ungheria e della sorella Maria Anna, promessa sposa del re Filippo IV di Francia. La produzione dell’Accademia, d’ora innanzi sarà discontinua, intercalando periodi di inattività frammisti a riprese, come per gli anni 1671-1681, le cui vicende sono descritte nel “Diario accademico” di Giampaolo Ciurletti e gli anni 1714-1737. E’ del 1671 lo “Svegliarono alla Gloria” di Carlo Mattia Saracini, il quale, sotto gli auspici del principe vescovo Sigismondo Thun, deplora l’ozio degli ingegni locali incitandoli a nuove imprese. L’invito venne accolto dai letterati trentini con entusiasmo “comparendo ciascuno con ingegnosa composizione chi in latino, chi in italiano, chi francese, chi spagnolo & chi tedesco” come lo stesso Mariani riporta. Per dare maggiore apertura e visibilità alla stessa accademia, rendendo merito al valore degli affiliati, nel 1674 venne stabilito che le sedute divenissero anche pubbliche. Così il 25 novembre di quello stesso anno, fu data lettura nella chiesa della SS. Trinità del panegirico in onore di Santa Caterina, opera di Giovanni Bernardino Gentilotti, tra gli accademici il Costante. In quell’anno furono pure approvati i nuovi statuti dell’Accademia. Negli anni seguenti tra i vari componimenti, si segnalano “ La virtù essaltata” in onore del vescovo Francesco Alberti Poja, nella quale compare il nuovo motto “FLAMMIS UTROQUE VIRESCIT”, “Le glorie di San Filippo Neri”, entrambi del 1679 ed infine un’“Ode” di Gian Giacomo Ciurletti del 1683. Sull’organizzazione dell’accademia ci fornisce notizie il già menzionato “Diario accademico” del Ciurletti, con notizie dal 1674 al 1681, ma lacunose dal 1675 al 1679, forse causate da un’ulteriori stasi della vita accademica. Leggiamo quindi che le adunanze, non erano stabilite in un giorno prefissato, ma determinate di volta in volta. Erano sia pubbliche che private, con la differenza che a quest’ultime non erano ammessi i forestieri. I nuovi iscritti dovevano spiegare l’Impresa entro un termine prestabilito e per poter pubblicare col nome d’accademico, era necessario ottenere l’approvazione dell’Accademia. I temi, di carattere eminentemente religioso, erano estratti a sorte, deputando due accademici alla trattazione. Era previsto un compenso per gli stessi accademici, nei casi di particolare zelo, come fu per il Mariani che ottenne dodici ducati. Con il 1681 non abbiamo più notizie dell’Accademia, fino al 1714 quando, gli Atti civici, i registri delle deliberazioni della città di Trento, in data 3 febbraio, riportano la concessione fatta a favore degli accademici del salone di Palazzo civico. Abbiamo quindi negli anni successivi, varie iniziative editoriali, tutte improntate alla maniera arcadica, ad iniziare dalle “Muse in danza” (1716), composta in occasione della nascita di Leopoldo, arciduca d’Austria e figlio di Carlo VI per poi proseguire con “L’amore felice ed imeneo glorioso” (1724), per le nozze di Giovanni Francesco Agostino Thun e Maria Antonia Margherita Spaur, il “Tributo d’ossequio” (1726) al vescovo Antonio Domenico Wolkenstein ed infine “Il doppio debito scarsamente pagato dagli Accademici Accesi a sua altezza reverendissima monsignor Domenico Antonio conte di Thun” (1732). L’ultima notizia dell’Accademia, ci è fornita dal Todeschini nel “Saggio della biblioteca tirolese”, quando menziona una gara poetica, disputata nel 1737, tra gli Accesi di Trento e i Ricoverati di Padova per rendere omaggio alla memoria di Jacopo Tartarotti

(P.G.)