modificato 12/12/2016

 

Nigeria, Kenya il Jihad avanza in Africa: appello all’ONU

Correlati: cristiani perseguitati

Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

"è evidente nei dati l’aumento sia della componente terroristica dei conflitti sia della matrice ideologico-religiosa " [CzzC: è ovvio che c'è anche dell'altro, ma misura minore o prevalente?]

 

 

Trassi da Avvenire 14/07/2012 pag 3

 

il fatto

La regione sub-sahariana sta vivendo una ripresa delle lotte intestine dopo anni di relativa calma seguita ai massacri della fine del secolo scorso L’elemento islamista si è però sovrapposto alle tradizionali motivazioni economiche e di accaparramento delle risorse, spesso indotte dall’esterno. Nel 2011 sono state ben 91 le crisi

 

Il jihad riporta l’Africa nel centro della guerra

DI PAOLO M. ALFIERI

 

Guerre, aggressioni, conflitti, scontri “a bassa intensità”, attacchi terroristici. ....

L’Heidelberg Institute on International conflict research pubblica un rapporto, il Conflict Barometer, che dà annualmente un quadro preciso delle guerre in corso nel mondo. L’ultimo, relativo al 2011, segnala per l’Africa sub-sahariana ben 91 conflitti di diversa intensità, contro gli 89 del 2010: in 12 casi si tratta di vera e propria guerra (contro i 6 del 2010), in 34 casi di «crisi violenta».

....  netto è il confronto con i dati relativi al 2004: all’epoca infatti lo studio dell’istututo tedesco segnalava “solo” 2 guerre, in Repubblica democratica del Congo e nell’eclatante caso del Darfur, e 10 «crisi gravi», come la secessione del Somaliland dalla Somalia. ...

...  Balza all’occhio, nei dati attuali, l’aumento sia della componente terroristica dei conflitti sia della matrice ideologico-religiosa, oggi alimento di numerose crisi africane. Obiettivo di questo tipo di conflitto, al di là della presa del potere o dell’accaparramento di risorse, è soprattutto quello di sovvertire l’ordine culturale e socioeconomico di un Paese, con una regia a volte dettata da lontano. L’elemento ideologico contava per il 9% nei conflitti del 2004, oggi si è saliti al 13%.

Una tendenza che si riflette in casi come quello della Nigeria, alle prese con i fondamentalisti islamici di Boko Haram che continuano a causare centinaia di vittime con i loro attentati prediligendo, tra gli obiettivi da colpire, la comunità cristiana. Discorso simile può essere fatto per il gruppo al-Shabaab, legato ad al-Qaeda, in lotta contro il fragile governo della Somalia ormai da sei anni. Nel solo 2011 l’offensiva shabaab, unitamente a una grave carestia che ha avuto come concausa proprio l’instabilità del Paese, ha provocato la fuga all’estero di 286mila persone e altri 330mila profughi interni. Senza contare che anche il Kenya, negli ultimi mesi, ha subito attentati shabaab dopo che le sue truppe sono entrate in territorio somalo in funzione anti-terroristica.

L’elemento islamista è ormai ben presente anche nella fascia del Sahel. Lo si è visto nelle ultime settimane in Mali, dove l’insurrezione dei tuareg nel Nord per la conquista dell’Azawad è stata ben presto sbaragliata dal Movimento per l’unicità e il jihad in Africa occidentale, nato da una scissione di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Gruppo, quest’ultimo, che peraltro ha lunghi tentacoli che si distendono dalla Mauritania al Niger, dall’Algeria al Burkina Faso.

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AFFARI DI MORTE

UN TRAFFICO DI ARMAMENTI DA 18 MILIARDI L’ANNO PECHINO GUIDA L’IMPORT

Sono sei anni che il mondo attende un nuovo trattato sulla regolamentazione dei traffici d’armi convenzionali. Per i 193 Paesi riuniti al Palazzo di Vetro da una settimana non sarà facile raggiungere un accordo unanime entro il 27 luglio prossimo. Pur avendo promosso i negoziati, gli Usa controllano il 40% di un mercato che vale annualmente 70 miliardi di dollari. E non amano vincolarsi troppo.

Washington esclude che le munizioni possano finire ingabbiate nel testo del trattato: ne producono 6 miliardi l’anno, buona parte destinati all’export. Difficile che il principio «dell’inviolabilità dei diritti umani» possa passare. Gli americani lo osteggiano. Ed hanno molti alleati, fra russi, cinesi e arabi. La ragione è semplice: chi dovrebbe decidere a chi vendere o meno armi? È l’indeterminatezza che vige tuttora e che spiega la munificenza dei traffici d’armi verso l’Africa sub-sahariana. I governi dell’area spendono ogni anno 18 miliardi di dollari in armi e strumenti di difesa, con un trend in crescita. Nel periodo 2001-2005, l’import di armi convenzionali dell’area valeva il 5% del totale mondiale, poi divenuto 7% nel quinquennio 2006-2010, e infine 8% odierno. Il 25% circa di quanto importato dai Paesi dell’area è “made in China”, il 20% ucraino e l’11% russo. Le armi leggere e di piccolo calibro vi giocano un ruolo chiave: nel periodo considerato non meno di 220mila fucili d’assalto Ak-47 sono finiti negli arsenali di 34 Paesi dell’area. Pechino fornisce mortai e artiglierie leggere.

 

Francesco Palmas

 

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Libro "L'Africa. Gli Stati, la politica, i conflitti” de Il Mulino.

«Somalia, Mali e Nigeria, le icone del fondamentalismo»l’intervista

... non necessariamente questi conflitti sono riflesso di un confronto tra fedi. C’è sicuramente ben altro dietro. ....

[CzzC: è ovvio che c'è anche del'altro, ma in misura minore o prevalente? Vedo annacquare il sangue innocente con una domanda retorica come "non necessariamente questi conflitti sono riflesso di un confronto tra fedi" che

·        confonde logicamente "condizione necessaria e sufficiente", essendo più che sufficiente l'evidenza dei massacrati in chiesa,

·        mette sullo stesso piano aggressori ed aggrediti con il pilatesco "confronto tra fedi ".

Il commento prosegue qui]

 

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«Inviare i caschi blu in Nigeria»

DA ROMA

Tre deputate del Pdl hanno presentato una mozione in Parlamento per chiedere al governo Monti di fare pressioni sull’Onu perché invii prossimamente i caschi blu a difesa dei cristiani in Nigeria, oggetto di sanguinosi attacchi negli ultimi mesi.

La proposta, presentata da Eugenia Roccella, Fiamma Nirenstein e Souad Sbai e sottoscritta anche da altri 17 rappresentanti del partito di centrodestra, sottolinea come «l’attacco ai cristiani in Nigeria è un’emergenza umanitaria evidente: ci sono 50 milioni di fedeli che non possono praticare liberamente la propria religione ». «Più di 600 cristiani nel 2012 sono stati uccisi in Nigeria, oltre 10.000 negli ultimi 10 anni – annota Roccella –. I cristiani vengon colpiti nel cuore della loro ritualità, durante la celebrazione della Messa».

..... «Chiediamo che non ci si limiti solo alle parole e alle reprimende fini a se stesse, ma chiediamo che ci sia una protezione fisica delle donne e degli uomini che vanno a Messa, con l’intervento dei caschi blu».

Souad Sbai, onorevole di origine marocchina, evidenzia che «in Africa e in Nigeria la situazione è drammatica: ogni giorno muoiono cristiani ma anche intellettuali. In questi giorni si parla tanto della Siria e del Nordafrica, ma si tace sostanzialmente sull’Africa nera: si tratta di un silenzio assordante». Secondo Sbai è in atto in Africa «un progetto dei qaedisti e degli estremisti che riguarda anche Mali, Chad e Kenya».

Fiamma Nirenstein fa riferimento direttamente alla diversa appartenenza culturale delle tre firmatarie: «Insieme, con la forza della tradizione delle nostre tre culture, abbiamo deciso di prendere l’iniziativa e difendere i cristiani». ( R.E. )

Le deputate Pdl Roccella, Nirenstein e Sbai chiedono al governo Monti di intervenire sul Palazzo di Vetro per difendere i cristiani colpiti dall’estremismo islamico