modificato 03/01/2017

 

Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio 1860-70

Correlati: Giuseppe Garibaldi azionato dalla massoneria inglese anticattolica

Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

Traggo da  <Il Giornale 2010.10.15>

Introduzione del libro di Giordano Bruno Guerri - (Ibs.it Mondadori, pagg. 293)

 

Un saggio anti-retorico che diventa un’occasione - in questo 150º anniversario dell’Unità d’Italia - per sfatare molti luoghi comuni che orientano il nostro giudizio sul Risorgimento.  

Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali.

L’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un’astrazione.

Ma in che modi e con che spirito fu compiuta l’impresa? Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?

Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all’abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l’Unità integrava davvero identità, culture, tradizioni, persino lingue diverse?

Oppure si raggiungeva soltanto l’unità politica?

«Si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d’Azeglio, con retorica sufficiente a velare un’intenzione che non c’era - almeno non in tutta la classe dirigente - e non ci sarebbe stata.

Lo stesso d’Azeglio scrisse, in una lettera privata: «La fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso».

Una parte del nuovo Stato era già «italiana», l’altra non lo era affatto.

Occorreva dunque educarla a essere diversa da sé, a costo di snaturarla.

Ai primi segni di insofferenza del Sud, nacque subito una contrapposizione rancorosa: «noi» contro «loro». «Noi», i civilizzatori; «loro», i brutali indigeni. «Noi», i portatori di giustizia e legalità; «loro», i briganti.

A dividere gli uni e gli altri, c’era una diversità radicale e radicata, non un’inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un’estraneità, che si finì per aggravare.

La storia - a partire dalla Rivoluzione francese - aveva insegnato che, appena si annunciano grandi cambiamenti, dal cuore antico di masse amorfe e analfabete prorompe l’animus di un’opposizione sanguinaria.

Per sminuirne la portata, tale opposizione veniva svilita - dagli intellettuali, dai politici e dall’opinione pubblica - a una viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali.

Si trattava, invece, di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale. Ma, per liquidarla, i maestri della Rivoluzione francese avevano già capito che il segreto stava nell’accomunare la rivolta al delitto comune [CzzC: il classico indicatore di potenti matrici della cultura dominante: criminalizzare l’avversario]

Anche in Italia la ribellione - di reazionari, contadini e clericali - contro lo Stato appena costituito fu etichettata «brigantaggio». Al Sud c’erano banditi veri, criminali comuni, prima, durante e dopo l’Unità.

A questi delinquenti vennero equiparati i «briganti», come vennero chiamati i meridionali in lotta per scacciare gli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata; dall’altra parte non c’erano parenti, affini, connazionali, bensì un popolo nemico, un invasore brutale e arrogante, venuto da lontano. Nessuna solidarietà, nessuna vicinanza, né culturale, né umana, né politica: i briganti non si sentivano «italiani».

I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra loro. Perché l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale.

Si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare.

Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele.

Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore .

Con la legge Pica, dell’agosto 1863, il governo italiano - in pieno accordo con il Parlamento - impose lo stato d’assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri.

Mentre accadeva tutto questo, c’era chi vedeva dietro il brigantaggio l’intervento del Papa, chi la longa manus borbonica, e in parte avevano ragione.

Ma ne aveva di più chi suggeriva, inascoltato, che la causa principale andasse ricercata nelle oggettive condizioni di minorità sociale e di miseria della plebe meridionale.

La verità su cui al Nord tutti concordavano è che, appena nata, l’Italia era già madre di due figli diversi: uno di cui andare fieri, l’altro bisognoso di severe lezioni.

Per gli uomini dei Savoia, i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato.

Ma non basta l’approccio razzistico a spiegare l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, c’è dell’altro: potremmo chiamarla la sindrome del «chi ce l’ha fatto fare?».

Si spiegano così prima la spietatezza della repressione, poi l’adozione di una politica economica e sociale del tutto inadeguata ai problemi del Mezzogiorno; più tardi la perseveranza con cui quei problemi vennero liquidati come sintomi indelebili di arretratezza e di parassitismo.

Il brigantaggio rappresentava il segnale d’allarme di un guasto grave, e non solo per l’ordine pubblico.

Il modo in cui fu combattuto sviluppò quella che sarebbe diventata la «delinquenza organizzata», e accrebbe a dismisura la gravità di una questione meridionale destinata a incancrenire la vita politica del Paese perpetuando la contrapposizione Nord-Sud.

I contadini saliti sui monti furono - con le sole armi che avevano a disposizione, la disobbedienza e il banditismo - i ribelli di una storia che li aveva ignorati, di un processo che aveva sancito la rimozione della loro cultura e della loro tradizione.

Furono la spina nel fianco del potere, almeno per cinque lunghissimi anni.

Saranno sconfitti, ma grazie alla loro rivolta, si rafforzò la sensazione che la terra abitata da quel popolo sarebbe stata la «palla al piede» della nazione.

«Ci avete voluti, imponendoci la vostra volontà: ora pagate le conseguenze».

Ecco cosa sembrava dire il Sud al conquistatore.

Tutto ciò rivela gli errori e le colpe di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile [CzzC: e chi l’ha detto che non fosse rinviabile? Si sarebbe potuto fare un’Italia federale, salvando le peculiari ricchezze del Sud che era pure economicamente più avanzato del Nord, aveva l’assistenza sanitaria, non aveva la leva obbligatoria, aveva già la ferrovia e la base navale più grande del Mediterraneo]

Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo.

È una retorica che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male.

È una storia alla quale tuttora manca una profonda opera di revisione storiografica .

Perciò il brigantaggio postunitario è stato, lungo il secolo e mezzo di storia nazionale, poco più di una parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.

I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della damnatio memoriae.

A loro, non spetta l’onore delle armi. Gli sconfitti sono scomparsi nella zona d’ombra in cui li ha relegati la cattiva coscienza dei padri della patria.

Una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia.

C’è solo da sperare che, con le prossime celebrazioni dei 150 anni di Unità nazionale, si rinunci almeno in parte al conformismo retorico e patriottardo: aggettivo molto diverso da «patriottico».

[CzzC: per fare questa operazione di verità storica occorrerebbe che i vertici della massoneria ammettessero gli errori indotti dai loro avi (e anche quelli più recenti), ma quando mai? Le potenti matrici della cultura dominante e della relativa finanza cinica sono sicure che siano solo i cattolici a dover chiedere scusa per qualche errore storico compiuto dalle loro guide petrine, ancorché sia costato migliaia di volte meno in termini di massacro di inermi]

 

 

21/10

2010

«In soli nove mesi, cifre ufficiali (quindi false per difetto, visto quel che vanno rivelando i documenti dimenticati), quasi novemila fucilati, poco meno di undicimila feriti, oltre seimila incarcerati, quasi duecento preti, frati, donne e bambini uccisi».

Traggo da Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero Meridionali Cfr. Pino Aprile, Terroni. (Piemme, pp. 68-69): l’ultimo “brigante” oppositore fu ucciso dodici anni dopo, in Calabria. Intere popolazioni meridionali vennero sottoposte a una spietata repressione militare, di cui si è persa ogni traccia, perché la documentazione relativa è stata scientificamente distrutta, ma che provocò –secondo calcoli attendibili - almeno centomila morti (…). E’ stato stimato che a opporsi in armi furono dagli ottantamila ai centotrentacinquemila (…) e avevano l’appoggio palese della popolazione».

Vedi anche i lager dei Savoia, Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per i meridionali: le vicende dei campi di deportazione dei soldati napoletani e pontifici all'indomani della campagna per l'Unità, rappresentano un'altra tessera - completamente rimossa della memoria e dagli archivi - che serve a svelare il vero volto del Risorgimento. Pagg 207 Editore: Controcorrente