La questione dell'ETERE non sarebbe di poco conto?

perché? Botta e risposta di padre Cavalcoli con il prof Giovanni Castelli.

Ho qualche riserva.

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 24/06/2023; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

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2023.06.18 annoto questa riflessione di padre Cavalcoli "La questione dell’etere non è di poco conto"

Ultimamente nel dialogo con i Lettori ho avuto modo di discutere sulla questione dell’etere. L’argomento offre un interesse riguardo al rapporto della fisica sperimentale con la cosmologia filosofica e la metafisica, perché la nozione di etere (aithèr) risale ad Aristotele[1], il quale credeva che la materia dei corpi celesti fosse più nobile di quella dei corpi terrestri e tale per cui la forma circolare esaurisce tutta la sua  forza formativa nella sua materia, sicchè questa, a sua volta, non era più disponibile a mutar forma, ma esauriva tutta la sua potenzialità  nell’esser formata dalla sua forma, a differenza delle forme e delle materie di questa terra, le quali cambiano rispettivamente materia e forma nel processo del divenire, della generazione e della corruzione.

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Gli replica Giovanni Castelli

Giovanni Cavalcoli, nel discutere filosoficamente dei fatti della fisica si deve ricordare che, come scienza sperimentale, essa è basata sulle misure fatte negli esperimenti e con le conseguenti leggi matematiche, che non sono discutibili se non nei limiti sperimentali. Mentre la parte discutibile è l'interpretazione che i fisici o i filosofi danno alle leggi della fisica, interpretazioni anche soggettive, e che a volte hanno favorito lo sviluppo scientifico mentre a volte l'hanno portato su strade errate, per esempio l'idea che il calore fosse un fluido o che il principio di minima azione fosse come una causalità finale, ... A rigore quindi per i fisici valgono solo le leggi scoperte e se per esse il gatto di Schroedinger è allo stesso momento vivo e morto, per la logica una evidente contraddizione, o che il principio di causalità non valga per le particelle elementari, o che per i bosoni si possono avere enti diversi esattamente uguali ed indistinguibili, il problema non è per i fisici ma se mai per i filosofi che ci speculano sopra.

Giovanni Cavalcoli risponde a Castelli

Giovanni Castelli Caro professore, prendo atto molto volentieri che le leggi della fisica, espresse in formule matematiche, riflettono dati oggettivi indiscutibili, circa i quali però dobbiamo ricordare che si tratta di entità materiali, le quali, in quanto enti, entrano nell’orizzonte dell’oggetto della metafisica, i cui principi fondamentali sono il principio di identità e di non contraddizione, il principio di finalità e il principio di causalità.

Il primo esprime il fatto che ogni ente è un ente determinato e non può simultaneamente essere e non-essere, per quanto sia diveniente. Il secondo esprime il fatto che ogni ente agisce per un fine. E il terzo esprime il fatto che l’ente contingente è causato. Principio fondamentale è quello di non contraddizione, perché chi lo nega confuta se stesso, come ha già dimostrato Aristotele nel famoso IV Libro della Metafisica.

Quindi, il cosiddetto gatto di Schroedinger non è altro che un gioco dialettico, fatto per imbrogliare l’ascoltatore ingenuo e che viene messo in ridicolo dall’ascoltatore prudente.

La determinazione della realtà, anche a livello subatomico, non dipende dallo scienziato, ma dalla volontà divina creatrice della stessa realtà. Alla ragione umana spetta continuare la ricerca, per conoscere sempre più e sempre meglio la realtà.

La negazione del principio di non contraddizione è soltanto un pretesto, per giustificare sul piano morale la doppiezza e l’ipocrisia contro il precetto evangelico: “Il vostro parlare sia sì sì, no no”.

[CzzC: non mi piace questo parlare in contrapposizione: mi pare che Cavalcoli sia focalizzato così tanto sul principio di non contraddizione da ignorare quello di indeterminazione]