ultima modifica il 26/06/2018

 

Iraq profughi cristiani, un nuovo incubo

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Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

Iraq 2014 nuovo in cubo per i cristiani dopo quello del 2008: una vera e propria pulizia etnica su base confessionale.

 

 

Traggo da Avvenire 13/06/2014p21

I profughi cristiani: «Per noi un nuovo incubo»

Susan Dabbous

13 giugno 2014

   Non fa più il tassista, si è aperto una bottega di frutta e verdura e guadagna a mala pena quel che serve per sfamare i due figli. Aziz Keriatos, 58 anni, cristiano caldeo, ha lasciato Mosul nel 2008. Oggi sta a Beirut. E rivede lo stesso, identico, film. Non in tv, purtroppo. «Guidavo il taxi a Musul – racconta – un giorno sono saliti due uomini in borghese, mi hanno coperto il volto e detto che se non me ne andavo via io e tutta la mia famiglia mi ammazzavano». È così che partì una vera e propria pulizia etnica su base confessionale in quell’Iraq dove le stime più pessimistiche vedono solo 200mila cristiani rimasti. «Musul era una città mista cristiana e sunnita. Oggi i pochi cristiani che restano dopo l’invasione dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) sono costretti a fuggire di nuovo». La vita non  è semplice a Beirut, città di profughi, palestinesi, iracheni e siriani, cristiani. Jaquline, 23 anni, parrucchiera, quando sente parlare di Bashar al-Assad alza il dito pollice. A lei la democrazia non interessa. Dice: «Quando c’era lui eravamo al sicuro».

   La donna è fuggita da Hassaké città che aveva una grande comunità di cristiani siriaci nel Nord Est della Siria oggi occupato dall’Isis. «Quando sono arrivati, 14 mesi fa, ci hanno dato due alternative: o andarcene o diventare come loro». Ma nessuno dei cristiani pare abbia optato per la conversione forzata. «Sono fuggita sotto un velo integrale. Ero su un pullman quando alcuni membri dell’Isis ci hanno fermato e hanno chiesto i documenti. Un ragazzo ha mostrato la sua carta identità da cui si evinceva che era cristiano. Uno dei miliziani ha preso il coltello e gli ha tagliato due dita – racconta Jaquline – e guardandolo dritto negli occhi gli ha detto: se ti lamenti ti taglio la gola». Storie come questa si moltiplicano a Sid al Bauchryie, quartiere di Beirut dove è impossibile avere una conversazione per più di cinque minuti senza l’arrivo di un membro di Hezbollah, il partito sciita pro-Assad. Ma a Nuri Aziz non importa esprimersi liberamente: dopo essere sopravvissuto a un’autobomba a Musul dice di non temere più nulla. E non può fare altro che assistere, impotente, al nuovo saccheggio della sua città.

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