Il FEDERALISMO in Italia ha un padre nobilissimo, Carlo Cattaneo

ma nel 1850 anche Cavour e perfino Mazzini ammetteva che fosse necessario concedere un qualche decentramento di potere. Forse Cattaneo ha visto meglio e più lontano degli altri, quando diceva che con un sistema accentrato, preso in prestito dalla Francia di Napoleone, si sarebbe inevitabilmente arrivati all'autoritarismo e alla fine delle libertà.

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 02/10/2023; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

Pagine correlate: Risorgimento massonico anticattolico, il sangue del Sud

 

 

2009.09.27 [CzzC: trovo ottimo l'articolo del 1992.10.20, nonostante sia vecchio di 17 anni, che Sara mi mostrò su un ritaglio di giornale prestatole dal prof. di Filosofia, e che scannerizzai OCR. Obiettivo e illuminante l’escursus storico sulla formazione dell’unità d’Italia; trovo molto indovinata l’analisi del leghismo fatta nel 1992 riletta oggi]

 

1992.10.20 La Repubblica martedì 20/10/1992 (vedi anche nota del 2009.09.27)

Bossi versus Cavour? Ma non scherziamo…

di Stefano Malatesta

Le tentazioni secessionistiche della Lega, l’Italia spaccata in due e più paesi, l’efficacia di una soluzione federale. Ne parliamo con Denis Mack Smith, lo storico inglese che meglio ha indagato il nostro Risorgimento e l’unità italiana.

 

Oxford - Denis Mack Smith non conosce personalmente Bossi, spera solo che sia un po' meglio di come appare nelle foto, «con quella frangetta». Ha conosciuto invece Miglio che gli è sembrato simpatico, molto simpatico, colto, provvisto di humour, però anche estremamente deciso nelle sue idee radicali. 

   Lo storico inglese viene in Italia ,dal 1946, quando cominciò a lavorare alla sua tesi di laurea su Cavour e Garibaldi. Ha scritto numerosi libri sul Risorgimento molto noti e discussi, pubblicati prima da Einaudi e poi da Laterza (adesso sta finendo un libro su Mazzini), conosce come pochi la storia moderna italiana. Ma la politica italiana continua ancora a confonderlo. Dice di essere perplesso davanti al successo della Lega, anche se apprezza la novità: «Almeno qualcosa si muove. Gli italiani si erano cosi abituati alla palude, si elettrizzavano per uno spostamento di voti dell'1 per cento. Non so se ora si cambierà in bene o in male. Vedremo. L'idea del cambiamento mi piace. Ma io vivo in Inghilterra».

   I leghisti parlano ogni giorno di più di una soluzione federativa per lo Stato italiano. Il progetto fa inorridire molti. Però come tutti sanno e come viene sempre ripetuto, il  federalismo in Italia ha un padre nobilissimo, Carlo Cattaneo.

   "Certamente, Cattaneo. Ma nel 1850 anche Cavour, il grande accentratore, l'uomo che ha creato l'Italia come Stato unitario sosteneva che il sistema politico liberale non poteva funzionare con un paese troppo centralizzato. Questa era un'idea comune a quasi tutti i grandi uomini politici dell’Ottocento, perfino Mazzini ammetteva che fosse necessario concedere un qualche decentramento di potere. Forse Cattaneo ha visto meglio e più lontano degli altri, quando diceva che con un sistema accentrato, preso in prestito dalla Francia di Napoleone, si sarebbe inevitabilmente arrivati all'autoritarismo e alla fine delle libertà».

 

Lo Stato accentratore

 

   Anche i popolari, dopo la prima guerra mondiale, erano a favore di assemblee regionali.

   Sturzo era assolutamente favorevole. Poi arrivò la seconda guerra mondiale, i popolari cambiarono nome diventando democratici cristiani e vinsero le elezioni. A quel punto diventarono sostenitori dello Stato accentratore, perché non volevano che le regioni rosse finissero nelle mani dei comunisti: infatti si è dovuto aspettare venticinque anni prima che il decentramento regionale, previsto dalla Costituzione, venisse attuato. I comunisti si comportarono, per le stesse ragioni, in modo opposto: sostenitori di uno Stato monolitico e leninista, dopo la sconfitta scoprirono Cattaneo».

   Torniamo a Cavour: dieci anno dopo nel 1860, cambiò idea.

   «Per capire l'azione di Cavour bisogna fare qualche considerazione più generale. L’unità d'Italia non è avvenuta come la vediamo oggi, come è stata studiata per decenni: una cosa quasi inevitabile. Le differenze tra le regioni, in particolare tra il Nord e il Sud, erano immense, nella cultura, nella società, nei costumi e anche nella lingua. Cavour non sapeva assolutamente nulla del Mezzogiorno, non c'era mai stato -il primo presidente del Consiglio che scese nel Sud fu Zanardelli, all'inizio di questo secolo. Mazzini ha passato quasi tutta la sua vita all'estero, in Inghilterra. Lo Stato piemontese si chiamava Stato sardo, ma per i governanti di Torino era come se la Sardegna fosse stata nell'America Latina,·facevano leggi sulla proprietà che penalizzavano la pastorizia, ossia l'unica attività dell’isola (Cattaneo diceva che i sardi con i piemontesi stavano peggio dei siciliani con i Borboni)».

   «Esisteva una grandissima, diffusa ignoranza reciproca. Per i napoletani Cavour era solo un fumatore che vedevano ritratto nella scatola di sigari dallo stesso nome. Nel 1860 un giornalista straniero capitato a Napoli chiese alla folla che stava sventolando il tricolore cosa significasse il motto "Italia e Vittorio Emanuele". Si senti rispondere che Vittorio Emanuele era il re e l'Italia sua moglie ».

   «L'Italia unita era un'idea, un progetto romantico, un mito ristretto a una elite della classe dirigente, che aveva poche possibilità di realizzarsi. Poi Garibaldi partì da Quarto, sbarcò a Marsala, con l'aiuto della mafia e con il programma, poi ritirato, di distribuire le terre ai contadini, conquistò la Sicilia. E il miracolo avvenne. Ma nella storia i miracoli si pagano».

   In che modo?

   «Cavour, che non aveva previsto il successo dei Mille, come quasi tutti, si trovò a decidere con la massima urgenza. E si decise per lo  Stato unitario accentrato. Doveva vincere i plebisciti e per vincerli era necessario controllare le elezioni, come faranno poi molti dopo di lui, soprattutto Giolitti. Per il decentramento c'era tempo, bastavano le promesse: dopo, dopo ...temeva che tutto gli si sfasciasse tra le mani. E in questa idea era confortato da numerosi intellettuali e uomini politici meridionali»

   Lei parla dei fuoriusciti, quelli che erano scappati dai Borboni e si erano andati a rifugiare nel Nord.

   «Sì, i fuoriusciti. I meridionali hanno sempre protestato per la piemontesizzazione del Sud. Ma sono stati proprio i Massari, gli Spaventa, i Francesco De Sanctis, che erano ritornati ai loro luoghi d'origine e avevano trovato un paese allo sbando, a consigliare Cavour di assicurare l'ordine ed imporre la legge e il sistema politico piemontesi. Senza un governo piemontese, che almeno funziona - dicevano - qui finisce male. Pica, quello che propose la legge marziale contro il brigantaggio meridionale, detta appunto legge Pica, era un uomo del Sud».

   «Perché già scoppiavano le rivalità tra città e città e i campanilismi. Già si vedeva con una certa chiarezza che in ogni regione c' erano due partiti: quello composto dai provinciali che più di ogni altra cosa temevano il predominio del capoluogo, Napoli per la Campania, Palermo per la Sicilia ed erano quindi contro la decentralizzazione e quello composto dagli abitanti dei capoluoghi, che premevano perché una parte del potere dello Stato unitario fosse lasciato nelle loro mani. A volte mi sembra che il Risorgimento sia stato un processo non a favore di qualcosa ma contro: Genova contro Torino, Messina contro Palermo, Bari contro Napoli, Livorno contro Firenze».

   «Quindi Cavour fu costretto dalle circostanze e anche da altre ragioni, a scegliere lo Stato unitario e fece bene, anche giudicando con il senno di poi, anche se lo Stato unitario si è rivelato pericoloso per l'Italia».

   E quali sono le altre ragioni?

   «La più importante ha a che fare con il trasformismo. Cavour si rese subito conto dell'impossibilità di far funzionare un governo senza una coalizione. Bisognava prendere un ministro di destra e uno dalla sinistra, uno da Napoli e uno da Milano, un cattolico e un laico. Questo significava però non affrontare mai o affrontarlo solo più in là un dibattito serio sul decentramento politico perché un simile dibattito avrebbe fatto a pezzi la coalizione. L'unico in grado di farlo funzionare sarebbe stato forse lo stesso Cavour, per l'enorme prestigio che aveva ormai acquistato e per la sua grande intelligenza. Ma Cavour morì giovane e tutti gli altri, i Depretis, Crispi, Giolitti, anche se erano favorevoli alla regionalizzazione, non furono in grado di realizzarla, perché vivevano di governi di coalizione. In sostanza una sorta di rimozione accettata consciamente: quando qualcuno tenterà di discuterne in Parlamento, sarà sempre impedito dal presidente della Camera, con la motivazione che non si poteva dibattere sull'unità d’Italia Non so se Giolitti abbia mai pensato seriamente ad un sindaco eletto dal popolo. Non poteva comunque permetterselo, perché aveva bisogno dei prefetti che controllassero i voti e garantissero le maggioranze».

   C'era anche il sospetto, rivelatosi poi fondato nel dopoguerra, che il decentramento significasse dare via libera alla camorra e alle mafie locali.

   «Infatti uomini così intelligenti come Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato, che avevano fortissimo il senso della libertà, ma che conoscevano molto bene la realtà del Mezzogiorno, favorevoli in teoria alla regionalizzazione, poi si dichiararono d'accordo con la scelta dello Stato unitario».

 

Quanti misteri

 

   Parliamo dell'oggi: lei è favorevole all'ipotesi federativa?

   «Come le ho già detto, conosco un po' la storia d'Italia, ma la politica italiana ha aspetti così misteriosi anche per uno come me. In linea generale sarei d'accordo con l'ipotesi federativa, ma con una premessa: il problema non è tanto cambiare la Costituzione, ma cambiare l’animus del popolo italiano, arrivare ad una maggiore consapevolezza democratica e ad una coscienza civile più diffusa. Altrimenti le riforme tecniche servono a poco. Ma lei crede che i leghisti pensino solo a un'Italia federata?»

   No, credo che parlino di federalismo, ma che abbiano in testa la secessione

   «Secessione? Sì, forse, credo di sì. Se sono ambigui su questo punto è che ancora vogliono evitare uno shock all'opinione pubblica, ma la secessione è un progetto troppo radicale: sono passati centotrenta anni dalla unificazione dell'Italia e l'idea di un'Italia unita, che nell'Ottocento era così vaga, si è fortemente radicata e i leghisti troveranno degli ostacoli fortissimi, anche in Lombardia. Perché un conto è la protesta contro la nomenklatura, che effettivamente ha raccolto molti voti, tutto un altro la frantumazione dell'Italia».

   «Ma un maggiore decentramento è necessario. E soprattutto bisogna imparare dal passato: basta con gli aiuti a fondo perduto, con i contributi al Mezzogiorno che finiscono nelle tasche della camorra e della mafia».