«La Chiesa deve moltissimo a Ruini» dice Leone XIV ai funerali di Ruini, ma
ma partono gli attacchi di Mancuso e Bianchi; qui anche gli articoli di Ferrara e Belardinelli su Tempi.
[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 2026.06.19; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]
Pagine correlate: ermeneutica di rottura attacca quelli della riforma nella continuità
↑2026.06.19 «La Chiesa deve moltissimo a Ruini» dice Leone XIV ai funerali dell'ex presidente Cei; ma partono gli attacchi di Mancuso e Bianchi. Qui anche gli articoli di Ferrara e Belardinelli su Tempi.
Nell'omelia per le esequie del cardinale Camillo Ruini, papa Leone XIV ha detto:
«Guardando alla vita del cardinale Ruini, a come è vissuto e a come ha lasciato questo mondo, possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza».
I giornali possono scrivere quel che vogliono, ma per il successore di Pietro «la Chiesa in Italia deve moltissimo al cardinale Ruini. Ha saputo guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’Episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide».
* * *
Scrivono Alessandro Santagata e Luca Kocci sul Manifesto:
«Se la Cei di Zuppi e la prima fase del pontificato di Prevost (che pure oggi presiederà i funerali di Ruini a San Pietro) sembrano molto distanti dalla chiesa ruiniana, nello scenario politico si è affermata una destra aggressiva che continua a fare della religione uno strumento contro la cosiddetta cultura woke e i diritti civili. In questo scollamento si può scorgere l’eredità di Ruini».
Alla morte di Ruini, l'attuale presidente della Cei Zuppi ha rilasciato una dichiarazione in cui riconosce il valore e l'importanza di Ruini per la Chiesa italiana. Il Papa ha presieduto i funerali. Ma per il Manifesto i fatti contano meno dei propri pregiudizi.
* * *
→ Scrive Enzo Bianchi su X: «Anche il card. Ruini è morto! Un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa. Alla chiesa ha dato il volto della matrigna, il volto della chiesa che cerca autorità, influenza e il seggio tra i potenti. Ma non ebbe l’approvazione né dal card. Martini né da papa Francesco».
L'età senile e il rispetto che si deve a chiunque nel momento del trapasso dovrebbe aiutare a smussare certe intemperanze. Il fatto che ci si lasci andare a tanto livore è un segno della caratura morale di certi personaggi.
[CzzC: ma siamo sicuri che il suddetto testo sia stato scritto di pugno dal vecchio monaco Enzo? E se fosse stato scritto da altri, come mi capitò di sgamare per un'altra penna acuminata?]
* * *
→ Dice Vito Mancuso a Repubblica: «È stato un uomo che ha incarnato alla perfezione la linea conservatrice di addomesticamento rispetto alle innovazioni del Vaticano secondo».
«È stato un frenatore delle potenzialità di quella svolta». «Gli oppositori di Ruini pensavano che occorresse prendere atto della secolarizzazione della società. E quindi fare una scelta religiosa, culturale, di attenzione e dialogo con i non credenti, con le altre religioni, di attenzione ai problemi del mondo. Questa è una scelta religiosa».
Eccone un altro che va in giro a pavoneggiarsi di essere teologo, ma non sa fare altro che parlare male della Chiesa. Però una cosa giusta la dice: certamente Ruini non era per la scelta religiosa.
* * *
Scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera:
«Camillo Ruini era un conservatore, non un reazionario. Era contrario alla messa in latino, ad esempio. Per lui la tradizione non voleva dire tornare al passato, al contrario, significava trasmettere alle generazioni future il deposito della fede. [...] Giudicarlo con i criteri della politica laica non ha molto senso. Ruini era diverso da come veniva descritto, era un uomo di spirito, ad esempio lo divertiva il modo in cui Luciana Littizzetto lo evocava chiamandolo Eminenz. [...] Personalmente lo ricorderò come una persona dolce e disponibile, di cui non condividevo ovviamente tutto, ma con cui si poteva parlare di tutto, anche in dissenso. Pure i suoi avversari dentro la Chiesa gli hanno sempre riconosciuto visione politica e disponibilità al confronto».
Cazzullo ha intervistato tanto volte Ruini. E questa consuetudine l'ha certamente aiutato a giudicare la figura del cardinale senza le lenti del pregiudizio.
* * *
Dice monsignor Georg Gänswein alla Stampa:
«Ruini sapeva che se la dottrina non è sana, non è giusta, allora neppure l'azione pastorale può avere successo. Al centro c'è proprio un concetto di san Paolo: la dottrina sana. Se si teorizzano errori tutto ciò che viene applicato concretamente nel mondo risulta errato. Ruini vedeva in Ratzinger un argine a derive che creano confusione laddove il diavolo mette disordine e contrappone. Sentivano bene l'insidia del secolarismo e la necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo».
Come nacque la battaglia ratzingeriana-ruiniana per i valori non negoziabili?
«Dalla constatazione che la cultura predominante in Italia e in Occidente ha la pretesa di porsi come universale e autosufficiente creando nuovi costumi di vita. Da qui le ondate di laicismo per le quali sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre la libertà individuale diventa un valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. La reazione che unì Ratzinger e Ruini fu l'opposizione a un'etica ricondotta nei confini del relativismo e dell'utilitarismo, con l'esclusione di ogni principio morale valido e vincolante per se stesso».
Perfetto.
* * *
La Verità ha ripubblicato un'intervista a Ruini a cura di Maurizio Belpietro apparsa su Panorama nel 2007:
Scomparsa la Dc, come vede in futuro la collocazione dei cattolici in politica?
«Credo che non competa a me rispondere. La Chiesa ai cattolici chiede solo coerenza nei contenuti. I cattolici facciano le loro scelte politiche, ma tengano conto dei principi della fede, che non sono irrilevanti, nemmeno per la politica».
C'è più saggezza in queste quattro righe che in milioni di articoli scritti sull'argomento.
* * *
Scrive Giuliano Ferrara sul Foglio:
«Camillo Ruini aveva uno sguardo amico e pastorale, anche allegro e parrocchiale, ma una mente culturale, da antropologo, da storico, da filosofo classico, con una punta perfino di affilato e ambiguo materialismo, da conoscitore esperto di umanità. Francesco Cossiga scherzava, ciò che gli capitava spesso, quando diceva litigando che sembrava un perfetto vicesegretario regionale della Democrazia cristiana. Non scherzano, perché non conoscono quest’arte, quanti lo relegano nella cosiddetta “era berlusconiana” o insistono sul suo profilo presunto di attivista della destra ecclesiale, magari oscurantista e reazionaria per la difesa dei princìpi non negoziabili. Stupidaggini. Ruini era una personalità modernissima, un illuminista cristiano legato all’idea che l’anima senza il corpo soffre, anche in paradiso dove deve sentirsi come “un pinguino all’equatore”, sublime immagine postdantesca consegnata ad Antonio Polito in una conversazione sulla morte con il Corriere della Sera. Calcolatore astuto, nella funzione di emissario papale nel corso del lungo ciclo giovanpaolino e ratzingeriano, quella sì un’epoca storica mai più vista dai tempi di Pio IX, Ruini considerava la politica, quando era chiamato a maneggiarne le premesse e le conseguenze, una variante sorniona dell’amicizia e un tosto affare di inimicizia da dipanare con saggezza».
* * *
Scrive Sergio Belardinelli sul Foglio:
«A una certa cultura sedicente moderna e illuminista che cercava di liquidare come superstizione tutto ciò che non rientrava dentro i suoi canoni scientisti, prima di tutto la fede religiosa, il cardinale Ruini ricordava semplicemente che l’uomo è molto di più che scienza e tecnica e che questo è l’unico modo per non rimanere irretiti nel relativismo e nel nichilismo che pervadono il nostro tempo. Dalla ragione contro la fede siamo passati infatti a una sorta di ragione contro se stessa, contro i suoi canoni universalistici; una ragione che, quasi accecata dal pulviscolo dei suoi molti saperi, non riesce più a pensare la propria unità né il proprio senso umano. Non è più soltanto una questione di credenti o non credenti. Le grandi sfide dell’ia, del digitale, della bioetica, della biopolitica, il disordine mondiale nel quale ci stiamo impantanando ci dicono che è in gioco la grammatica elementare della nostra umanità. Per questo, come ricordava spesso il cardinale Ruini, nell’attuale contesto storico, “diventa sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo di un umanesimo autentico”».
* * *
Matteo Matzuzzi sul Foglio ricorda:
«Negli ultimi anni, rifletteva spesso sulla morte. Niente immagini metafisiche, ma tanto – ancora – pragmatismo, come quando confessò ad Antonio Polito: “Sono un tipo realista. Diciamo che quel pensiero si è fatto per me esistenzialmente rilevante. Un po’ di paura ce l’ho, ma insomma, è Lui che ci ha amati per primo. C’è da fidarsi”».
Gli interventi di Ferrara, Belardinelli e Matzuzzi meritano la lettura integrale sul Foglio.