Il Papa inizierà la catechesi sul CV2°

«Tornare al Concilio significa comprendere un evento che continua a generare conseguenze nella vita ecclesiale; prima delle interpretazioni, viene in gioco una postura spirituale».

[CzzC: sì, prego che il Signore tenga in equilibrio la mia postura spirituale; prego anche perché temo che il dilemma tornerà ad essere sulle interpretazioni; tremo ricordando quanto ebbero a soffrirne i fedeli affezionati alla guida dei Papi Paolo VI, GP2 e B16, che cercarono di mediare tra le due ermeneutiche ma patirono dissensi, fino al vociare assassino].

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 2026.01.14; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

Pagine correlate: due ermeneutiche; quella di rottura brandisce lo Spirito del CV2° pro democratizzazione-protestantizzazione

 

2026.01.14 traggo dalla riflessione di don Mario Proietti <fb + sito> e posto un commento

NEL DESERTO DOPO IL CONCILIO.

IN ATTESA DELLA PAROLA DEL PAPA, COL venerabile FULTON SHEEN

Cari amici, mentre ci prepariamo alla prima udienza generale nella quale Papa Leone XIV darà avvio a una serie di catechesi dedicate al Concilio Vaticano II, emerge con forza il bisogno di un ascolto profondo. Tornare al Concilio significa comprendere un evento che continua a generare conseguenze nella vita ecclesiale. Prima delle interpretazioni, viene in gioco una postura spirituale.

 

In questo clima di attesa, tornano alla mente alcune riflessioni di Fulton J. Sheen, maturate negli anni immediatamente successivi al Concilio. Si presentano come risonanze capaci di aiutare a collocarsi interiormente. Sheen parlava quando il tempo dell’entusiasmo aveva già lasciato spazio al tempo della prova, quando le tensioni erano diventate esperienza vissuta nella carne della Chiesa.

 

Nel 1974, a circa dieci anni dalla conclusione del Vaticano II, Sheen propose un’immagine biblica semplice ed esigente. La Chiesa somiglia al popolo d’Israele nel deserto. Un popolo in cammino, chiamato ad abitare una libertà ricevuta custodendo la fiducia. Il deserto appare come il luogo in cui la promessa viene purificata.

 

Israele era stato liberato dall’Egitto, aveva visto i segni della potenza di Dio, aveva ricevuto la Legge. Nel deserto emergono la mormorazione, la nostalgia per le sicurezze perdute, la fatica di affidarsi nel tempo intermedio. Sheen riconosceva in questa dinamica una chiave per leggere le tensioni ecclesiali del post Concilio. Il cuore della questione risiede nella fiducia mentre il cammino si svolge.

 

Nel racconto biblico, il deserto diventa il luogo in cui l’autorità viene messa in discussione per insofferenza, il luogo in cui si rimpiange l’Egitto e si costruiscono idoli rassicuranti. Sheen riconosceva un parallelismo con una Chiesa tentata di vivere la libertà come autosufficienza, con una crescente difficoltà ad accettare la mediazione dell’autorità e a custodire un rapporto vivo con la Tradizione.

 

Uno dei segni più eloquenti del deserto è il disprezzo della manna. Dono quotidiano, gratuito, sufficiente, percepito come monotono. In questa immagine Sheen intravedeva il rischio di un rapporto impoverito con l’Eucaristia. Quando il sacramento perde il suo carattere di nutrimento essenziale e viene vissuto come gesto abituale o espressione comunitaria, il problema riguarda l’appetito del cuore. È il cuore che non riconosce più ciò che lo sostiene.

 

Sheen comprendeva il desiderio di rinnovamento e indicava con chiarezza una linea di discernimento. Rinnovare significa custodire il fondamento generando vita. Parlare al mondo nasce da una identità abitata. Una Chiesa che perde il fondamento smarrisce la propria fisionomia. Una Chiesa irrigidita nella forma perde la capacità di generare vita. L’equilibrio nasce dall’integrazione.

 

Nella Scrittura, la Chiesa è evocata dall’immagine della roccia colpita dalla quale sgorgano acque vive. La roccia indica stabilità, continuità, fondamento. Le acque indicano vita, movimento, storia. Tenere unite queste due dimensioni custodisce la fecondità del simbolo. La stabilità genera dinamismo. Il dinamismo rimanda al fondamento.

 

Questa tensione attraversa anche il tempo presente e suggerisce la disposizione interiore necessaria mentre ci si prepara ad ascoltare la parola del Papa. Una disponibilità a lasciarsi ricondurre all’unità. Il Concilio appare come una sorgente dalla quale continuano a scaturire acque vive.

 

Rileggere Fulton Sheen oggi significa imparare a stare nel presente con maggiore lucidità. Il deserto non rappresenta una parentesi inutile nella storia della salvezza. È il luogo in cui Dio educa il suo popolo, lo libera dalle nostalgie e lo prepara alla promessa. La promessa resta. Il cammino chiede un cuore desto, capace di fidarsi anche quando la strada appare lunga.

 

[CzzC: COMMENTO

Convengo che «il deserto è il luogo in cui Dio educa il suo popolo, lo libera dalle nostalgie e lo prepara alla promessa. La promessa resta. Il cammino chiede un cuore desto, capace di fidarsi anche quando la strada appare lunga», e faticosa

quindi FIDARSI di DIO, certo;

ma oltre alla coscienza personale rettamente formata, io (ma non da solo) sento il bisogno di un orientamento-guida possibilmente poco equivocabile, non confondente, che mi presenti il volto-volontà del Dio-Gesù-Vangelo (io non sono teologo e non ho tempo per dibattere tanto con chi invocasse una "rivoluzione teologica"); sento il bisogno che quella guida-riferimento ci aiuti a discernere nella direzione di cammino umano ed ecclesiale illuminata da Cristo:

1) seguire quella che Benedetto XVI definì "ermeneutica di rottura" del CV2° o l'ermeneutica (interpretazione) della "riforma nella continuità dell'unico soggetto Chiesa"?

2) Ci dovremmo conformare ai documenti del CV2 rigorosamente intesi dall'ermeneutica di continuità o anche seguendo gli insegnamenti di coloro che accampano uno "Spirito del Concilio" che configura un iter di democratizzazione-protestantizzazione della cattolicità?].