Catechesi di Papa Leone XIV sul CV2°

commentata da don Mario Proietti su fb: mi pare che L14 diffidi dell'ermeneutica di rottura

[Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità, modificata 2026.01.07; col colore grigio distinguo i miei commenti rispetto al testo attinto da altri]

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2026.01.07 traggo da Mario Proietti.fb

IL CONCILIO RESTITUITO ALLA CHIESA. OLTRE LE PROPAGANDE (non cedere alle false interpretazioni), DENTRO I TESTI

Cari amici, chi segue questa pagina lo sperimenta spesso. Ogni riferimento al Concilio Vaticano II accende reazioni opposte e speculari. Da una parte una propaganda tradizionalista che ha trasformato il Concilio nel colpevole universale, arrivando ad alienare il bene reale che esso ha portato alla vita della Chiesa. Dall’altra una propaganda progressista che, appellandosi allo stesso Concilio, ne ha forzato i testi e ne ha inquinato la reale natura, caricandolo di significati che i Padri conciliari non hanno mai inteso consegnare.

In mezzo, molti fedeli disorientati, come se il Vaticano II fosse un terreno minato e non un dono dello Spirito Santo. Un clima di opposizione interna che ha finito per sfigurare, più che il Concilio in sé, l’opera dello Spirito che ha parlato attraverso i Padri conciliari.

È dentro questa aria ecclesiale che si colloca con particolare lucidità la scelta di Papa Leone XIV di avviare un nuovo ciclo di catechesi dedicato al Concilio Vaticano II. Il Papa lo presenta con parole chiare, definendolo «un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale». E subito indica il metodo, che è già una presa di posizione: «sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto».

Qui c’è un punto fermo. Il Concilio non è una narrazione alternativa, non è un mito fondativo, non è una parentesi da correggere. È Magistero. Per questo Leone XIV afferma senza esitazioni che i Documenti conciliari «costituiscono ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa». Una frase che basterebbe, da sola, a smontare molte contrapposizioni artificiose.

Il Papa colloca poi il Vaticano II nella grande continuità della Tradizione, richiamando esplicitamente i Pontefici che lo hanno aperto e portato a compimento. Ricorda come, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII, aprendo l’assise conciliare, parlò del Concilio «come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa». Non una cesura, non un azzeramento, bensì l’inizio di un giorno nuovo che nasce dalla notte della storia, senza rinnegarla.

Accanto a questa immagine fondativa, Leone XIV richiama anche la valutazione di San Giovanni Paolo II, che definì il Vaticano II «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX». Il Concilio viene così sottratto tanto alla demonizzazione quanto all’idealizzazione ingenua. È grazia ricevuta, non progetto umano da manipolare.

Significativo anche il riferimento a Benedetto XVI, citato testualmente: «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata». L’attualità del Concilio, dunque, non nasce da adattamenti forzati, nasce dalla solidità dei suoi testi.

Nel presentare i contenuti conciliari, il Papa mantiene un equilibrio teologico raro. Il Concilio, afferma, «ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli». Ha guardato alla Chiesa «alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo». Ha avviato «un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio». E ha aiutato la Chiesa ad aprirsi al mondo «nel dialogo e nella corresponsabilità», desiderosa di «farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli».

In questo orizzonte si inserisce la celebre affermazione di Paolo VI, ripresa dal Papa: «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Un dialogo che nasce dall’identità, non dalla sua dissoluzione.

Di grande lucidità anche il richiamo a Mons. Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, che all’inizio del Concilio scriveva: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa». E aggiungeva, con realismo profetico: «Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse». Una chiave di lettura preziosa anche per le tensioni ecclesiali di oggi.

Il Papa conclude tornando ancora a Paolo VI, che al termine del Concilio parlava di un tempo di grazia in cui si condensavano «il passato, il presente e l’avvenire». Una Chiesa che custodisce la sua tradizione, che si confronta con il mondo di oggi «con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati», e che guarda al futuro rispondendo «all’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia» e alla loro «sete cosciente o incosciente di una vita più alta».

Seguiremo con attenzione questo ciclo di catechesi che, se manterrà questa impostazione, potrà aiutare molti a uscire dalle contrapposizioni sterili. Non tradizionalisti contro progressisti. Non nostalgici contro innovatori. Semplicemente cattolici chiamati a conoscere, amare e vivere la fede della Chiesa. Il Vaticano II, letto nei suoi Documenti, non divide. Chiede maturità. E la maturità, come sempre nella storia della Chiesa, passa per il silenzio, lo studio e la santità.