modificato 12/11/2016

 

Bosone di Higgs: la particella di Dio è solo l’inizio

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Pagina senza pretese di esaustività o imparzialità: contrassegno miei commenti in grigio rispetto al testo attinto da altri.

 

Trassi da Tracce.it

 

La Particella di Dio è solo l'inizio...

di Francesca Mortaro

04/07/2012 - Da Ginevra, i dati sull'esistenza del bosone di Higgs. Il fisico del Cern Lucio Rossi ci racconta come si è arrivati alla certezza. I segni, il margine di errore e la libertà dello scienziato. Un traguardo che non "chiude", ma apre un nuovo match

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Peter Higgs si congratula con Fabiola Gianotti.

«Il bosone di Higgs esiste». Stamattina nell’auditorium del Cern di Ginevra, i due fisici Fabiola Gianotti e Joe Incandela hanno dichiarato di fronte al mondo l'esito dei loro esperimenti. La "Particella di Dio" era stata ipotizzata dallo scienziato britannico Peter Higgs, nel 1964: si tratta di una particella in grado di assegnare il valore della massa a tutte le altre. Oggi, dopo anni di ricerca, siamo davanti ad una grande scoperta. «È un passo importantissimo per la fisica», spiega Lucio Rossi, fisico al Cern, «perché la massa è una caratteristica fondamentale di tutte le cose, della vita».

 

Quali sono i dati resi noti oggi?

Sono stati illustrati i risultati degli esperimenti ATLAS e CMS: sono i nomi di due rivelatori indipendenti. Sono come dei "grandi occhi", che attraverso la luce e la collisione di particelle prodotta da uno strumento potentissimo (il superacceleratore di particelle LHC; ndr) hanno potuto avvistare e confermare la presenza del bosone di Higgs. È stato un cammino lungo e complicato, e si sono dovute fare tante verifiche, ma è proprio attraverso questo percorso che si giunge alla verità.

 

Ma quello che si è visto non è il bosone, sono piuttosto le sue "tracce"...

In fisica quasi niente si può vedere direttamente, ma solo in modo indiretto. Però si può arrivare ugualmente alla conoscenza mettendo insieme tutti i ragionamenti e i segni che si hanno. La certezza attraverso questo metodo è matematica, confermata. Si può conoscere anche indirettamente. Nella scienza si procede così. Infatti, anche soltanto dieci giorni fa non si sapeva con sicurezza quello che è stato reso noto oggi. Questa settimana, siamo arrivati alla certezza. In fisica una scoperta viene decretata valida quando il margine di incertezza è molto piccolo, cioè quando si supera la soglia dei “5 sigma”. In fisica, questo significa che siamo di fronte ad una scoperta.

 

Ma, quindi, che cosa significa che la presenza della particella è stata assicurata al 99,99005%, e non al 100%? Questo non è un margine di incertezza?

Non basta il 90% per cantar vittoria, perché è facile vedere lucciole per lanterne. Ma oggi siamo molto sicuri. Nel 2011 avevamo dichiarato di aver visto qualcosa, ma era come una visione sfuocata. Ora vediamo nitido e siamo certi di quello che abbiamo davanti. Quel "margine di incertezza" è dato dal fatto che alcune caratteristiche del bosone sono inattese, impreviste.

 

In che senso?

È questa la cosa più intrigante, tra i dati ufficializzati oggi. Che la particella non sia esattamente come ci si aspettasse, è la dimostrazione che la realtà ci eccede, ci deborda, va al di là di quello che ci immaginiamo. Come ogni scoperta, anche questa non "chiude", ma apre un altro match. Ancora più grande. Trovare il bosone e queste caratteristiche inaspettate è solo la punta dell’iceberg. Sotto potrebbero nascondersi tante altre particelle tutte da studiare. Per esempio, potremmo essere davanti al primo segno dell’esistenza delle “Super Simmetrie” e, se così fosse, avremmo la prima spiegazione solida della "materia oscura", che purtroppo non sappiamo ancora definire. Ora non siamo sicuri di questo, ma il nostro compito è far parlare la realtà. Noi dobbiamo verificare e obbedire, non fermarci alle nostre teorie anche se sono molto belle e affascinanti.

 

Ma in questa "obbedienza" alla realtà, qual è il ruolo dello scienziato?

La analisi presentate oggi sono molto complesse e i segni non sono sempre univoci: c’è il margine per l’interpretazione, per il soggetto. Alla fine niente può sostituire l’intelligenza dei fisici che trovano dei modelli e dei metodi con cui interpretare i segni. Dipende dall’intelligenza e da quanto uno prende sul serio i dati e sa interpretarli bene. Il segno c’è, ma conta molto la volontà, la libertà e l’intelligenza del soggetto per poterlo vedere. L’interpretazione è un lungo lavoro di verifica. Questo mi ha colpito molto oggi, perché la Gianotti e Incandela hanno mostrato due percorsi indipendenti, attraverso cui sono arrivati allo stesso risultato. Si è vista in atto la fantasia del singolo. La creatività dello scienziato è fondamentale: seguire una strada piuttosto che un’altra è una scelta dell’individuo, non qualcosa di matematico. Va oltre i calcoli.

 

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Perché fermarsi al penultimo passo?

L'annuncio del Cern, Margherita Hack e quella «domanda banale e feroce» a ciascuno di noi

di Emanuele Braga

 

Confesso di capire poco o nulla di fisica nucleare. Sentire parlare di sigma, massa e particelle elementari mi mette un po’ di maldimare. Alleviato appena dall’idea di essere in buona compagnia, o almeno credo. Però una cosa la so. Mi importa di me. Parecchio. E della realtà, delle cose che ho davanti. Del mistero che sono e che siamo.

Per questo la vicenda del bosone di Higgs mi colpisce. Di più: mi esalta. Se è vero che siamo arrivati alla "particella di Dio", se siamo di fronte a ciò che aiuta la materia a prendere forma, lineamenti, un volto, questo mi dice qualcosa di me. Della mia origine. Attenzione, però: non tanto e non solo del punto di origine, della scintilla all’inizio del Big Bang. Ma di me ora. Di cosa mi fa ora. Di come posso usare la mia umanità ora.

 

Provate a leggere questa intervista a Lucio Rossi, fisico del Cern. È uno spettacolo. Uno spalancamento continuo. Spiega la scoperta, la sua importanza, il modo in cui ci si è arrivati. Ma soprattutto mostra come si muove la ragione. Seguendo i segni. Piegandosi alla realtà. Obbedendole. E insieme superandola, intravedendo in ciò che si vede e si tocca una spiegazione che sta oltre ciò che si vede e si tocca.

Al bosone si è arrivato così: siamo certi che c’è perché la realtà intorno lo accerta. Lo testimonia. Ed è scienza, mica fantasie fideistiche. È la scienza nella sua massima espressione. Eppure, in qualche modo, è familiare. È la stessa ragione che usiamo noi tutti i giorni. In tutti i momenti. La stessa, identica. La realtà ci mette davanti dei segni - una parola, un gesto, un fatto - e ci interroga, ci chiede di lanciarci nell’avventura di interpretarla. Di scoprirne il significato.

Non so voi, ma sapere che la “mia” povera ragione può allargarsi fin lì, spingersi fino alla “particella di Dio” - anche se attraverso il lavoro di plotoni di scienziati e decenni di ricerca -, mi esalta, appunto. Che spettacolo è il cuore dell’uomo se dà spazio alla sua sete di conoscenza fino in fondo.

Eppure il bello, la differenza vera, sta proprio lì. Nell’ultimo passo. In quel fino in fondo.

 

Provate a sentire quest’altra intervista. http://video.repubblica.it/dossier/bosone-di-higgs/hack-il-bosone-e-dio/99942/98321

L’ha fatta Repubblica a Margherita Hack, astrofisica ultranovantenne e atea militante. Divulgatrice abilissima, anche lei spiega bene dinamica e scoperta. La stessa cosa, insomma. Fino al penultimo passo. «Il bosone non è “la particella di Dio”: è Dio. Se la materia è tutto ciò che esiste e il bosone di Higgs spiega come le particelle acquistano massa, allora è Dio». E di fronte alla sorpresa dell’intervistatrice («addirittura!»), che quasi senza accorgersene riapre tutto lo spazio del Mistero («ma scusi, se è così ci spiega cosa è successo un istante dopo, ma non ci dà la causa…»), la scienziata svicola e ripete: «Siccome è la particella che dà la materia alle altre, la chiamo Dio».

 

Ecco che cosa c’è in gioco. Non è una questione di fede o ragione, di sapere o credere come fossero binari paralleli, ma di ultimo o penultimo. Di una ragione asfittica, bloccata, amputata sul più bello, rinchiusa nel bunker di quello che già sappiamo (sarebbe meglio dire: “crediamo”, fideisticamente) proprio mentre si apre una finestra enorme sul Mistero. O di un’umanità che quella finestra la spalanca. Che fa entrare aria. Disponibile a proseguire.

 

Per questo la scoperta del Cern lascia una domanda, banale e feroce al tempo stesso. Ed è una domanda a noi, prima ancora che alle tante Hack: perché mi devo fermare un attimo prima? Perché cambiare strada proprio sulla soglia di ciò che urge davvero, che preme in ogni passo del cammino? Perché quella domanda di scoprire e sapere deve troncarsi lì, di colpo? Basta? E soprattutto: conviene?

A questa domanda possiamo rispondere tutti. Anche senza sapere di fisica. Basta guardare a noi stessi. Alle cose. E, da oggi, al bosone di Higgs.