↑2010.09.12 da Vita Trentina #35 pag 15
LE ULTIME VICENDE SOLLEVANO INTERROGATIVI
Cooperazione, i nodi al pettine
L’emergere delle difficoltà economiche della cantina LaVis, un "buco" superiore agli 80 milioni di euro, con la conseguente nomina di un commissario, ha nuovamente posto la cooperazione al centro di non poche critiche da parte dei quotidiani locali e dello stesso Presidente della Provincia, Lorenzo Dellai, che con una battuta - "La Provincia non è un bancomat" - ha inteso far capire che ciascuno si deve assumere le proprie responsabilità, soprattutto il movimento cooperativo. La reazione del presidente della Cooperazione, Diego Schelfi, è stata veemente rivendicando importanza, storia, numeri e successi del movimento.
In realtà accanto alla difficoltà di una impresa cooperativa, che certamente non deve da sola fare scandalo, si devono aggiungere altre situazioni critiche come quelle relative alle cantine di Nomi e di Avio. Precedentemente c'è stato il lungo calvario, peraltro non concluso, relativo al cosiddetto "polo bianco" con il caseificio di Fiavè, la Sav e Latte Trento. Ci sono sul tavolo questioni tuttora aperte, come la ventilata vendita dell'ex Italcementi alla Provincia in cambio dell'edificio attualmente occupato dal centro Sodale Bruno di via Segantini con tutto dò che ne consegue; e poi l'intricato problema del futuro della società Funivie di Marilleva che dovrebbe portare alla presidenza della società il presidente della Federazione, Schelfi, dopo che si saranno risolti, almeno in parte, gli intrecci che vedono esposte diverse Casse Rurali della Val di Non e Sole nella vicenda Aereoterminal di Venezia. Questo elenco di questioni d aiuta a comprendere due aspetti che sono tra loro complementari e nello stesso tempo contraddittori. Il primo rivela come la cooperazione sia "dentro" il tessuto della società trentina e come, in un certo senso, lo "innervi". La seconda, invece, lascia intuire come i confini dei principi, dei valori che sono alla base della cooperazione non siano più così chiari, così definiti, così espliciti come nel tempo delle società semplid. È facilissimo elencarli (centralità e libertà della persona umana, sussidiarietà, solidarietà, partecipazione, democrazia interna e bene comune); diventa sicuramente più difficile quando si tratta di coniugarli, di declinarli, di misurarli in base alle singole situazioni, ai comportamenti e alle scelte dei soci, dei dirigenti e dei diversi consigli di amministrazione. L'impressione, ma sicuramente Schelfi dirà che sbagliamo, è che il "profitto" sia progressivamente diventato l'unico, se non il principale, riferimento. Spesso si ha la sensazione che prevalgano altre logiche legate alla corsa finanziaria, alle facili previsioni di crescita, alle possibili, anche se forse legittime, speculazioni di vario genere.
Le società complesse come quelle di oggi richiedono, soprattutto per le imprese cooperative, che quei valori di riferimento vengano rimeditati, ricompresi e riletti alla luce dei cambiamenti strutturali avvenuti in questi anni. Non è un compito facile, ma è un processo che va avviato, pena l'indifferenza rispetto alle peculiarità dell'impresa cooperativa, proprio in un momento in cui, invece, potrebbe rivelarsi anticipatrice di una nuova etica economica. C'è un passaggio nell'ultima enciclica "Caritas in veritate" quanto mai interessante: "Accanto all'impresa privata orientata al profitto... devono potersi radicare organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e solidali. È dal loro reciproco confronto sul mercato - scrive il Papa - che d si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e dunque un'attenzione sensibile alla rivitalizzazione dell'economia". Per operare una "ibridazione" delle logiche economiche occorre avere una identità riconoscibile e qui sta la difficoltà. I rapporti tra cooperative di primo grado, consorzi e federazione mostrano evidenti segni di logoramento. Si fa fatica a individuare una responsabilità precisa rispetto a adesioni che, in base al solo buon senso, si avvertono come azzardate. Il rapporto con l'ente pubblico relativamente al trasferimento delle risorse andrebbe reso più trasparente. Siamo sicuri che la vigilanza fatta in casa, per cui il controllato è anche il controllore, aiuti ad alimentare quella "ibridazione" di cui parla l'enciclica o venga piuttosto vista e letta negativamente, e cioè come una sorta di "porto franco" in cui nessuno è responsabile di nulla?
Luciano Azzolini